Ventotene, a che punto è l’inchiesta?

I magistrati della Procura di Latina incaricati dell'inchiesta: Vincenzo Saveriano e Nunzia D'Elia

Sono passati oltre sei mesi dal tragico crollo dello scorso 20 aprile a Ventotene che è costato la vita a Sara Panuccio e Francesca Colonnello, due giovanissime studentesse romane in gita scolastica sull’isola, e al grave ferimento della loro compagna Athena Raco.

La Procura di Latina ha aperto un’inchiesta per omicidio colposo plurimo e lesioni gravissime iscrivendo nel registro degli indagati dieci persone tra cui il sindaco isolano Giuseppe Assenso, che continua a parlare di fatalità, il responsabile dell’ufficio tecnico comunale, il precedente sindaco e sette funzionari della Regione Lazio.

Contro di loro, sulla base degli elementi acquisiti dai carabinieri durante le indagini, sono emerse gravissime inadempienze ed omissioni riguardanti il controllo e la gestione del territorio, e l’incolumità pubblica.

Per giorni stampa e televisione si sono occupati della vicenda, il governatore del Lazio Polverini ed il ministro dell’ambiente Prestigiacomo hanno subito trovato 120 milioni di euro per la messa in sicurezza del territorio, il sindaco di Roma Alemanno ha giurato ai genitori delle ragazzine morte che vigilerà affinché chi è colpevole paghi, il sostituto procuratore titolare dell’indagine Vincenzo Saveriano ha garantito tempi brevissimi per l’inchiesta, eppure… ad oggi tutto è ancora fermo.

Le perizie geologiche della magistratura e delle parti sono state consegnate da tempo, le proroghe concesse dai magistrati per ulteriori perizie tecniche sono scadute, ma… non accade nulla. Nel frattempo a Ventotene si sono dati da fare: l’isola è stata ricoperta di reti, pali di ferro, cartelli di pericolo.

Dalla Regione Lazio sono arrivati 6, 4 milioni di euro affidati direttamente al sindaco (per nulla intenzionato a dimettersi, sebbene indagato) per la messa in sicurezza dell’isola secondo un programma che nessuno ha verificato, visto il regime di calamità concesso dalla Regione stessa. La stagione estiva si è salvata e la festa della santa patronale si è conclusa felicemente. Contemporaneamente dai giornali è emerso un quadro molto nebuloso e poco trasparente sulle modalità di amministrazione della giunta comunale ventotenese, soprattutto per quanto riguarda l’utilizzo dei fondi pubblici.

A questo punto è allora lecito domandare ai magistrati Vincenzo Saveriano e Nunzia d’Elia: a che punto è l’inchiesta? Quanto c’è ancora da aspettare per sapere se ci sono colpe per la morte di due giovanissime bambine innocenti? E perché nessuno vigila sulla chiacchierata e fumosa gestione amministrativa dei fondi per la messa in sicurezza dell’isola?

Francesco Forte

Fonte: Il Messaggero, La Stampa

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Ponza e Ventotene ko

Il maltempo ha colpito anche Latina ed in particolare, il sud della provincia, il cui litorale è stato flagellato, nella giornata di ieri, da un vero e proprio nubifragio. Preoccupante soprattutto la situazione dell’arcipelago, con Ponza e Ventotene, da due giorni isolate, a causa della tempesta abbattutasi sul Tirreno centrale e ad Itri, dove una frana e gli alberi abbattuti da una tromba d’aria hanno bloccato l’Appia e la provinciale di collegamento con la Flacca. Il mare forza otto e le forti raffiche di libeccio hanno causato l’interruzione dei collegamenti tra Ponza, Ventotene ed il continente, tanto che non solo gli aliscafi della Caremar e della Vetor, ma anche i traghetti “Quirino” e “Tetide” e le motonavi della Snip e Snap che assicurano il trasporto sulle isole di servizi di primaria importanza, non hanno potuto lasciare il porto di Formia, rafforzando, anzi, gli ormeggi. Non pochi gli isolani che speravano di tornare a casa, tra domenica e lunedì, in particolare per la ricorrenza dei defunti e che, invece, sono rimasti bloccati sul molo Azzurra di Formia, senza alcuna speranza di potersi imbarcare. Anche perché le previsioni meteorologiche, secondo gli ultimi dati forniti dalla Capitaneria di porto di Gaeta, non promettono nulla di buono neppure per la giornata odierna. In stato di allerta, sia la Guardia costiera, con il comandante Marco Vigliotti, che la Protezione civile di Formia, con il nuovo responsabile Antonio Tomao. A Formia, a causa della pioggia e della mareggiata, sono rimaste allagate via Unità d’Italia ed il litorale di Vindicio e Gianola. Più grave la situazione ad Itri, dove, poco prima delle ore 17, una tromba d’aria ha sradicato alcuni grossi pini, abbattutisi lungo la statale Appia, al km.132, ostruendo completamente il traffico. Circolazione bloccata anche sulla provinciale Itri-Sperlonga, al km.2,800 in località San Marco, a causa di una grossa frana che, dall’adiacente collina, ha riversato pietre e terriccio sul manto stradale. Per fortuna, non si sono registrate vittime, mentre i vigili del fuoco di Gaeta sono intervenuti con tutto il personale a disposizione, per liberare almeno l’Appia.

Fonte: Il Tempo

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La corruzione inconsapevole che affonda Ventotene, e l’Italia

Roberto Saviano

In merito alle recenti polemiche tra chi a Ventotene accusa il sindaco di fare solo i suoi interessi e chi invece lo difende a spada tratta è forse utile andarsi a rileggere con attenzione un articolo che Roberto Saviano ha scritto un paio di anni fa a commento dell’ennesima vicenda di corruzione italiana.

Dice Saviano:

«La cosa enormemente tragica che emerge in questi giorni è che nessuno dei coinvolti delle inchieste aveva la percezione dell’errore, tantomeno del crimine. Come dire ognuno degli imputati andava a dormire sereno. Perché, come si vede dalle carte processuali, gli accordi non si reggevano su mazzette, ma sul semplice scambio di favori: far assumere cognati, dare una mano con la carriera, trovare una casa più bella a un costo ragionevole. Gli imprenditori e i politici sanno benissimo che nulla si ottiene in cambio di nulla, che per creare consenso bisogna concedere favori, e questo lo sanno anche gli elettori che votano spesso per averli, quei favori. Il problema è che purtroppo non è più solo la responsabilità del singolo imprenditore o politico quando è un intero sistema a funzionare in questo modo.

Oggi l’imprenditore si chiama Romeo, domani avrà un altro nome, ma il meccanismo non cambierà, e per agire non si farà altro che scambiare, proteggere, promettere di nuovo. Perché cosa potrà mai cambiare in una prassi, quando nessuno ci scorge più nulla di sbagliato o di anomalo. Che un simile do ut des sia di fatto corruzione è un concetto che moltissimi accoglierebbero con autentico stupore e indignazione. Ma come, protesterebbero, noi non abbiamo fatto niente di male!

E che tale corruzione non vada perseguitata soltanto dalla giustizia e condannata dall’etica civile, ma sia fonte di un male oggettivo, del funzionamento bloccato di un paese che dovrebbe essere fondato sui meccanismi di accesso e di concorrenza liberi, questo risulta ancora più difficile da cogliere e capire. La corruzione più grave che questa inchiesta svela sta nel mostrarci che persone di ogni livello, con talento o senza, con molta o scarsa professionalità, dovevano sottostare al gioco della protezione, della segnalazione, della spinta.

Non basta il merito, non basta l’impegno, e neanche la fortuna, per trovare un lavoro. La condizione necessaria è rientrare in uno scambio di favori. In passato l’incapace trovava lavoro se raccomandato. Oggi anche la persona di talento non può farne a meno, della protezione. E ogni appalto comporta automaticamente un’apertura di assunzioni con cui sistemare i raccomandati nuovi.

Non credo sia il tempo di convincere qualcuno a cambiare idea politica, o a pensare di mutare voto. Non credo sia il tempo di cercare affannosamente il nuovo o il meno peggio sino a quando si andrà incontro a una nuova delusione. Ma sono convinto che la cosa peggiore sia attaccarsi al triste cinismo italiano per il quale tutto è comunque marcio e non esistono innocenti perché in un modo o nell’altro tutti sono colpevoli. Bisogna aspettare come andranno i processi, stabilire le responsabilità dei singoli. Però esiste un piano su cui è possibile pronunciarsi subito. Come si legge nei titoli di coda del film di Francesco Rosi “Le mani sulla città: “I nomi sono di fantasia ma la realtà che li ha prodotti è fedele”.

Indipendentemente dalle future condanne o assoluzioni, queste inchieste della magistratura napoletana, abruzzese e toscana dimostrano una prassi che difficilmente un politico – di qualsiasi colore – oggi potrà eludere. Non importa se un cittadino voti a destra o a sinistra, quel che bisogna chiedergli oggi è esclusivamente di pretendere che non sia più così. Non credo siano soltanto gli elettori di centrosinistra a non poterne più di essere rappresentati da persone disposte sempre e soltanto al compromesso. La percezione che il paese stia affondando la hanno tutti, da destra a sinistra, da nord a sud. E come in ogni momento di crisi, dovrebbero scaturirne delle risorse capaci di risollevarlo. Il tepore del “tutto è perduto” lentamente dovrebbe trasformarsi nella rovente forza reattiva che domanda, esige, cambia le cose. Oggi, fra queste, la questione della legalità viene prima di ogni altra.
L’imprenditoria criminale in questi anni si è alleata con il centrosinistra e con il centrodestra. Le mafie si sono unite nel nome degli affari, mentre tutto il resto è risultato sempre più spaccato. Loro hanno rinnovato i loro vertici, mentre ogni altra sfera di potere è rimasta in mano ai vecchi. Loro sono l’immagine vigorosa, espansiva, dinamica dell’Italia e per non soccombere alla loro proliferazione bisogna essere capaci di mobilitare altrettante energie, ma sane, forti, mirate al bene comune. Idee che uniscano la morale al business, le idee nuove ai talenti.

Le organizzazioni criminali amano la politica quando questa è tutta identica e pronta a farsi comprare. Quando la politica si accontenta di razzolare nell’esistente e rinuncia a farsi progetto e guida. Vogliono che si consideri l’ambito politico uno spazio vuoto e insignificante, buono solo per ricavarne qualche vantaggio. E a loro come a tutti quelli che usano la politica per fini personali, fa comodo che questa visione venga condivisa dai cittadini, sia pure con tristezza e rassegnazione.

Credo che sia giunto il tempo di svegliarsi dai sonni di comodo, dalle pie menzogne raccontate per conforto, così come è tempo massimo di non volersela cavare con qualche pezza, quale piccola epurazione e qualche nome nuovo che corrisponda a un rinnovamento di facciata. Non ne rimane molto, se ce n’è ancora. Per nessuno. Chi si crede salvo, perché oggi la sua parte non è stata toccata dalla bufera, non fa che illudersi. Per quel che bisogna fare, forse non bastano nemmeno i politici, neppure (laddove esistessero) i migliori. In una fase di crisi come quella in cui ci troviamo, diviene compito di tutti esigere e promuovere un cambiamento.

Svegliarsi. Assumersi le proprie responsabilità. Fare pressione. È compito dei cittadini, degli elettori. Ognuno secondo la sua idea politica, ma secondo una richiesta sola: che si cominci a fare sul serio, già da domani.»

Lo staff di Ventotene News

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L’invidia, la menzogna, l’ignoranza

Giuseppe Assenso

Riferito ai diversi articoli pubblicati da TeleFree e altri che non vale neanche la pena di menzionare!!

SIETE RIDICOLI!!! basta con queste falsità! non sapete fare altro che sparlare! VERGOGNATEVI! l’invidia vi si mangia!! criticate solo l’amministrazione, ma non fate niente per dare una mano alla cittadinanza, voi sì che fate solo i vostri interessi!!! con questi articoli menzogneri non fate altro che mettere in cattiva luce l’isola di ventotene e i suoi abitanti (che come tutti sanno hanno votato con stragrande maggioranza l’attuale sindaco per la seconda volta!). non so quale sia il vostro quoziente intellettivo, ma certo è che non vi rendete conto che così parlate male anche di voi stessi e della vostra famiglia! Parlate tanto per parlare…dite delle falsità…le vostre accuse non sono basate su prove….avete il coraggio di insinuare che basta qualche telefonata per far partire un aliscafo, quando la realtà è che solo il comandante può decidere se partire o meno a seconda delle condizioni meteo-marine, e certo non si lascia influenzare dagli altri. Si offende così anche l’intelligenza del comandante! Ma ormai abbiamo capito che è vostra abitudine fare questo, d’altronde cos’altro potete fare? Ad ognuno il suo!!
Il nostro sindaco si è sempre interessato delle esigenze di noi concittadini, e quante volte, quando c’erano problemi di trasporto per avarie varie, si è dato da fare per permetterci di raggiungere l’isola o la terraferma, attivando trasporti alternativi, ma mai mettendo in pericolo la nostra vita!! Ci vuole davvero un bel coraggio ad affermare queste cattiverie! Ma forse basta anche solo tanta ignoranza! E questa in chi scrive questi articoli, credetemi, regna sovrana!!!!
Solo per fare qualche esempio, dite che il genero del sindaco ha da anni consulenze di migliaia di euro con il Comune!!! Bene, anche quest’affermazione non corrisponde a verità. Da appena una settimana si è aggiudicato un contratto annuale a seguito di regolare avviso pubblico affisso per quindici giorni all’albo pretorio del comune per assistenza tecnica software ed hardware. Orbene a tale avviso pubblico nessun altro ha partecipato, forse anche per l’esiguità del corrispettivo.
Dite che l’amministrazione si intasca i soldi pubblici…ma avete le prove?? forse eravate abituati così in passato, quando al governo del paese c’erano altre persone……ma non certo è abitudine dell’attuale amministrazione…mai come ora stiamo assistendo a grandi passi in avanti che il comune ha fatto e sta facendo…si stanno realizzando molte opere pubbliche (tanto per menzionarne alcune: elisuperficie e strada di accesso al cimitero; messa in sicurezza delle strade dell’isola; riqualificazione dell’area di case popolari e realizzazione di nuovi alloggi popolari per i ventotenesi; ristrutturazione dell’edificio scolastico; sistemazione dei tratti fognari; sistemazione esterna del museo ornitologico; impianto di depurazione; sala polivalente e tensostruttura) e tutto per il bene di Ventotene e di noi isolani. e questo grazie alla grande persona del sindaco e dei suoi fedeli collaboratori. il sindaco è una persona davvero in gamba, onesta, sincera, disponibile con tutti; per lui fare il sindaco non è un incarico politico, è una missione…tutto è volto al bene della sua isola, dei suoi concittadini, sia di chi lo ha votato ed anche, credetemi, di quei pochi che non lo hanno votato! Vedere scritte queste accuse ingiuste, queste critiche al suo operato non è proprio giusto, non se lo merita! e spero che TU MALALINGUA, tu che per un periodo eri vicino al sindaco, TU che sei solo invidioso, spero che ravveda in qualche modo… ma ho tanti dubbi sulla tua intelligenza…aimhè! L’importante è che la maggior parte dei cittadini è con il sindaco. Siamo con lui perchè abbiamo fiducia nel suo operato.
Scusate lo sfogo, ma quando è troppo è troppo!!!

Fonte: TeleFree

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Villa Giulia a Ventotene: la capacità umana di far soffrire anche in Paradiso

Villa Giulia a Punta Eolo, un angolo di paradiso

Dal museo archeologico alla villa romana

L’appuntamento è al Museo Archeologico di Ventotene, al piano terra dell’edificio merlato con una vista incantevole sul mare, ed è solo l’antipasto di quanto andremo a gustare. Un rapido sguardo ai reperti del museo ci fa entrare ancora di più nell’atmosfera marina che si respira in ogni punto dell’isola. Antiche ancore e soprattutto anfore, di varie fogge e dimensioni, incrostate dalla permanenza millenaria nelle acque; i ritrovamenti continuano tuttora, c’è una grande anfora rinvenuta di recente immersa in un ampio recipiente in fase di disincrostazione.

Il campionario di reperti emersi dalle acque è vario, gli scogli che abbondano hanno provocato naufragi, le navi affondate conservano i loro contenuti per restituirli a poco a poco. La “star” del museo è il “dolio”, il grande otre sferico per vino oppure olio che troneggia al centro della sala principale. Dei grafici ne illustrano la disposizione nelle stive in appositi alloggiamenti. E’ intatto!

Ma non è il mare la nostra meta della giornata, bensì sono i ruderi della villa romana di Punta Eolo che raggiungeremo con il folto gruppo di visitatori guidato dall’addetta al Museo, Elena Schiano di Colella, così compresa nel ruolo da avere utilizzato nel proprio indirizzo e mail il nome di Scribonia, la seconda moglie di Augusto madre di Giulia, della quale ci racconta la storia. E lo fa con trasporto e partecipazione, inanellando una miriade di dettagli storici nel tragitto dal Museo archeologico al sito con i resti della Villa romana.

Un tragitto relativamente lungo per una lunga premessa, che ci fa arrivare alla nostra meta avendo assorbito le vicende dell’epoca, fatte di intrighi e spietate vendette e, perché no, di gossip in salsa romana. Che prevedeva punizioni come il soggiorno forzato in questa residenza di sogno, situazione descritta dalla nostra guida con le parole, a noi apparse straordinarie, che abbiamo messo nel titolo: “Villa Giulia rivela la capacità umana di far soffrire anche in Paradiso”.

Nel mondo alla rovescia così evocato c’è anche un Caligola “buono” che recupera le spoglie dei familiari e revoca la “damnatio memoriae” comminata dai predecessori. E’ una chicca che la guida Elena ci regala.

La villa rustica

Le mogli imperiali mandate a soffrire nel paradiso di Villa Giulia

Si sente come lo spirito femminile, non diciamo femminista, della nostra guida, è vicino alle imperatrici mandate ad espiare colpe anche non commesse nel luogo di sogno che gli imperatori avevano a disposizione per trascorrere periodi di distensione e di svago in una località non troppo lontana da Roma ma abbastanza distante per staccarsi dalle cure giornaliere dell’impero.

La carrellata storica che fa Elena è lunga e minuziosa, trattandosi di una fase particolarmente movimentata del periodo imperiale. E’ proprio questo lo spirito dell’archeologia, portare alla luce virtualmente quello che c’è dietro i ruderi, la cui consistenza spesso è inversamente proporzionale alla vastità del mondo che dischiudono; qui sono consistenti e in gran parte da portare alla luce.

Vedremo dopo i resti, intanto il quadro storico acuisce la curiosità e l’interesse, cresce l’aspettativa mentre nelle parole condite da battute che alleggeriscono il peso della storia, sfilano famiglie imperiali al completo, con i loro alberi genealogici intrecciati come gli intrighi di corte.

Tre le grandi esiliate a Villa Giulia la figlia di Augusto, Giulia, fu la prima e le diede il nome, poi Tiberio nel 29 dopo Cristo vi mandò Agrippina, fino a Nerone che vi relegò la moglie Ottavia.

Si comincia dunque con Cesare Ottaviano Augusto che la fece costruire per l’“otium”, nella concezione romana non era il dolce far niente ma contemplava l’impegno culturale da coltivarsi nella pur distensiva vacanza. Oltre all’ubicazione favorevole per l’isolamento assicurato anche dal mare rispetto a Roma, ma non assoluto data la relativa vicinanza, aveva il pregio di non essere colonizzata, allora c’era molto verde e un bosco che favoriva la piovosità, oltre a fornire legna per il riscaldamento. L’aspetto negativo era rappresentato dalla mancanza di sorgenti d’acqua dolce che spiegava l’assenza di popolazione; ma era compensata dall’acqua piovana raccolta in cisterne.

Viene realizzato sin dall’inizio il porto romano con opere di scavo nel terreno tufaceo: è ritenuto tuttora molto sicuro, forse più del porto moderno; è sotto al faro di Ventotene. Le navi di passaggio trovavano accoglienza in una darsena dove si eseguivano lavori e riparazioni e si provvedeva anche al rifornimento di acqua dolce. C’era una peschiera con allevamento ittico per l’imperatore, e una terrazza dalla quale lo sguardo può scrutare l’orizzonte marino fino all’isola d’Ischia.

In questo ambiente nasce la Villa che vedrà, oltre agli “otia” degli imperatori illuminati, l’esilio di nobildonne punite dagli stessi imperatori per vere o presunte trasgressioni nel quadro di intrighi e congiure di palazzo nelle quali le famiglie imperiali si laceravano al loro interno. La lex julia “de pudicitia” fu attivata per Giulia mentre fino ad allora era stata disattesa per non innescare delazioni e denunce a catena, dice sempre Elena facendoci entrare nell’atmosfera mentre ci avviciniamo.

Le grandi cisterne per l’acqua

Basti pensare che Giulia, figlia di Ottaviano, era stata promessa in sposa da bambina al figlio di Marco Antonio, poi entrato in conflitto con lui e sconfitto nella battaglia di Azio: è solo l’inizio precoce di una vicenda intrecciata e movimentata, tra matrimoni, figli e tradimenti. Giovanissima, nel 25 avanti Cristo sposa Marco Claudio Marcello, poi nell’anno 21, a 18 anni, sposa Agrippa e gli dà cinque figli, nel corso di una vita matrimoniale molto irrequieta. Alla morte del marito nel 12, Augusto adottò i suoi due primi figli Gaio e Lucio Vipsanio Agrippa, e la indusse a sposare subito Tiberio, il fratellastro designato a succedergli; il matrimonio durò pochi anni, dall’11 al 6, poi nel 2 avanti Cristo l’accusa di adulterio e l’arresto per tradimento anche per un presunto complotto contro lo stesso Augusto, avendo lei una relazione con Iulio Antonio, uno dei congiurati costretto al suicidio. Invece della morte, a Giulia fu comminato l’esilio a Ventotene (allora Pandateria), vi andò con la madre Scribonia nella villa imperiale che prese il suo nome con restrizioni che furono accentuate nel 14 dopo Cristo allorché Tiberio divenne imperatore. Seguì la morte di Giulia uccisa o suicida per il dolore dell’uccisione del figlio Agrippa Postumo nato poco dopo la morte del marito.

Il ruolo di Tiberio nella storia della villa non finisce qui, la sua successione non fu scontata dato che le discendenze dinastiche non contavano e per imporlo Augusto gli diede due consolati e l’“imperium”. Anche divenuto imperatore l’astro del condottiero Germanico gli faceva ombra e dopo averlo mandato in Siria lo fece avvelenare nel 19 dopo Cristo. La moglie di Germanico Agrippina Maggiore, che allevava i figli nel suo accampamento militare, finì nel 29 a Ventotene rinchiusa a Villa Giulia dove morì nell’angoscia dei due figli morti per colpa di Tiberio: Nerone Cesare e Druso Cesare, fratelli di Agrippina Minore, obbligata nel 27 a sposare un uomo anziano che non voleva, da cui ebbe il figlio Lucio Nerone nel 37, e portata a Villa Giulia nell’anno 39. E quando morì Tiberio, dei due fratelli di Agrippina Minore indicati per succedergli fu scelto Caligola proclamato imperatore nell’anno 37.

Uno scorcio dei resti della villa imperiale

E’ una parentesi di umanità in una sequela di spietate punizioni: l’imperatore recupera le spoglie di madre e figli e interrompe la ”damnatio memoriae”; ma presto, forse preso dalla pazzia, diviene persecutore a sua volta e accusa di complotto la sorella Agrippina relegandola a Villa Giulia nel 38. Ucciso Caligola in una congiura nel 41 e succeduto Claudio, fratello di Germanico, Agrippina si prende la rivincita rientrando dall’esilio con la sorella Livilla destinata ad essere presto esiliata di nuovo e poi uccisa lasciandola padrona della corte; anche perchè Messalina, moglie dell’imperatore, nel 48 fu condannata a morte per la sua dissolutezza e l’anno dopo Agrippina Minore fu sposata da Claudio.

Lo convinse a scegliere suo figlio Nerone, che aveva fatto sposare con la figlia di Claudio, per la successione al posto di Britannico, avuto da Messalina; nel 54 muore Claudio per avvelenamento, forse ad opera di Agrippina, e inizia l’impero di Nerone con il ruolo importante assunto da Agrippina che lo aveva fatto educare da Seneca e per cinque anni gestì di fatto il potere al suo posto. Poi, dinanzi all’insofferenza di Nerone, si riavvicinò a Britannico, ex rivale per il trono imperiale, ma questi venne avvelenato. La sua posizione si indebolì ulteriormente quando l’imperatore, anche istigato da Poppea, decise di liberarsi della moglie Ottavia e della madre. Per Agrippina architettò una macchinazione nell’isola di Baia che si concluse con l’uccisione per mano delle guardie dopo un naufragio provocato appositamente per eliminarla. dal quale lei si salvò a nuoto. Ottavia fu rinchiusa a Villa Giulia dopo il ripudio nell’anno 62.

Raccontando questa storia infinita la guida Elena sottolinea l’arrivo dei messaggeri a Villa Giulia quando le comunicarono la morte dei due amati figli e lei tenta di uccidersi per l’angoscia: “A lei viene imposta la vita – commenta – come ai figli era stata imposta la morte”.

Così Domiziano, il persecutore dei cristiani, vi manderà in esilio nel 95, accusandola di giudaismo e ateismo, Flavia Domitilla, che diventerò santa. Ma dopo tanto “noir” ci sarà il “periodo rosa”, si aprirà il porto romano agli scambi commerciali e Villa Giulia tornerà ad essere lo splendido soggiorno in paradiso.

L’accesso inibito a un’area non portata alla luce

La “domus rustica”, la parte del complesso riservata alla servitù

Terminare con il “periodo rosa” l’excursus storico introduce alla vista dei ruderi che nella parte più lontana hanno una coloritura rosa data dai caratteristici mattoncini; mentre i primi resti che si incontrano sono gli ambienti per schiavi e servi, in una posizione che appositi accorgimenti nascondevano alla vista dalla villa:

La “domus rustica” aveva camminamenti impermeabilizzati con il cocciopesto, materiale molto resistente all’acqua e anche ai terremoti, tanto che viene ripreso oggi in considerazione nella bio-edilizia. Vi erano tre strati di intonaco, mentre nella villa sette. Le murature sono in “opus reticulatum” autoportante dalla tipica forma romboidale con pezzi cuneiformi per una maggiore solidità. I resti dei vani sono regolari con un corridoio di disimpegno. C’è anche la cisterna per l’acqua dolce a 4 navate, di cui 3 scavate, per un totale di 1200 mc, con dei pilastrini molto sottili; nelle cisterne c’era il capitone per far muovere l’acqua e ossigenarla, così restava fresca e pulita.

La Villa vera e propria per la famiglia imperiale

Il sito archeologico, che nella “domus rustica” ha mostrato la geometrica disposizione degli ambienti allineati l’uno dopo l’altro in una successione ordinata e simmetrica, nella “villa imperiale” rivela strutture e accorgimenti escogitati per dotare la residenza di tutti gli agi possibili.

Si trova nella parte più bassa prospiciente la costa per rendere agevole l’accesso dal mare e per il migliore afflusso dell’acqua piovana raccogliendo anche quella accumulata nella parte più alta. L’aspetto negativo risiede nello sbancamento del terreno che è stato fatto con scavi e riempimenti.

La fantasia e la ricostruzione degli archeologi si sbizzarrisce nell’immaginare gli ambienti e i colonnati, il peristilio e il giardino che in una zona così esposta era protetto dai venti. Un emiciclo di vaste dimensioni, due terrazze e gradoni degradanti con delle scale che portavano alla cala sottostante rendono l’idea di come fosse curato l’inserimento nella natura dei luoghi attraverso un progetto del tutto originale, che si inseriva nella conformazione del terreno anche se i livellamenti e la costruzione delle terrazze vi apportarono profonde modifiche. Non si passava davanti alla “domus rustica” ma al di sotto, in modo da evitare la vista della servitù non all’altezza del rango.

Viene ricordato, comunque, che non fossero preordinate le esposizioni ai raggi solari, erano evitate dai ceti patrizi perché seccavano la pelle e la rendevano scura come quella degli schiavi.

Per concludere, occorre parlare della parte termale della villa, di particolare importanza per i romani. La guida Elena ci indica i resti dei frigidarium, tepidarium e calidarium, qui di calidaria ce ne sono due riscaldati da tre forni, due laterali e uno centrale; per le proprietà rimandiamo all’ampia descrizione che ne facemmo raccontando la visita alle Terme di Caracolla in un “venerdì di Archeorivista”. Attraverso stretti condotti gli schiavi facevano funzionare il sistema termale.

I resti di un muro della villa, sullo sfondo l’isola di Santo Stefano con il carcere

Delle molte altre notizie forniteci dalla guida Elena, a chiusura della visita vorremmo riportare quelle relative alle vicende successive, un triste aggiornamento perché sono storie di spoliazioni e demolizioni del patrimonio artistico e anche degli stessi materiali da costruzione. La collocazione della villa alle propaggini dell’isola, con l’approdo sul mare, l’ha aperta anche alle scorrerie dei pirati, ma come per Roma si dice che “quod non fecerunt barbari fecerunt Barberini”, così per Villa Giulia ciò che non fecero i pirati e altri predoni lo fecero i regnanti: nel 1700 Ferdinando di Borbone interessato a un’alleanza con gli inglesi diede a Lord Hamilton il nulla osta di prelevare da Villa Giulia a suo piacimento marmi e statue, colonne e fontane. E non è stata rapina da poco se si pensa che i colonnati si estendevano per 300 metri di lunghezza e 100 di larghezza e vi era ogni ben di Dio di arredi artistici, come si può facilmente immaginare dall’architettura della Villa.

Altri interventi di rapina fecerunt con la colonizzazione dell’isola e anche lo Stato pontificio fecit la sua parte prelevando il tufo nella Villa. Oltre a spogliarla furono aperte nella zona cave di tufo con evidenti danni all’ambiente. Questo per l’azione dell’uomo sempre rivelatasi distruttiva nei confronti dei grandi complessi dell’antichità non solo nel rapinare le opere d’arte ma anche nel prelevare materiali da costruzione distruggendo senza remore architetture anche preziose. Una gara tra le pulsioni deteriori dell’avidità e dell’ottusità che fanno regredire la civiltà e spesso l’umanità.

La roccia erosa dal vento di Punta Eolo

Il “felix error” dell’anteprima solitaria

Verremmo meno all’imperativo montanelliano che è il nostro credo giornalistico – “andare senza pregiudizi, vedere e raccontare quello che si è visto” – se omettessimo di riferire il “felix error” al quale dobbiamo l’anteprima “in solitario” rispetto alla visita guidata. Il nostro errore ha riguardato il luogo dell’appuntamento con la guida e il suo gruppo, pensavamo fosse all’ingresso della Villa invece era al Museo archeologico; ragion per cui ci siamo trovati dinanzi al cancello da soli per di più in leggero ritardo da farci credere che la visita fosse già iniziata all’interno. Un addetto ad altra struttura locale ci confermò nella convinzione e ci fece entrare nel complesso archeologico.

La ricerca del gruppo con la guida fu vana perché, al contrario di quanto si era pensato, non era ancora arrivato, venendo dal lontano Museo archeologico con tutte le soste lungo il tragitto. Ma fu ugualmente proficua perché ci consentì di esplorare in anteprima tutti gli anfratti e le innumerevoli articolazioni di un sito archeologico particolarmente vasto e ricco di reperti pur se allo stato di ruderi smozzicati. E anche se, a quanto fu detto poi, l’80 per cento è ancora da portare alla luce e non lo si fa per non esporlo al degrado in un ambiente difficile da proteggere, c’è stato tanto da vedere dove la visita guidata non si spinge, sempre nella buona fede del nostro “felix error”.

Quale, dunque, il valore aggiunto della visita in anteprima? Forse quello stesso delle scalate “in solitario” e chi scrive, anche se non è alpinista, come uomo di montagna le apprezza molto. Ne fa fede la galleria di immagini scattate che può dare un’idea di come sia stato emozionante trovarsi da soli al cospetto di tanta antichità in una punta ventosa e particolarmente esposta. Perché superati i ruderi fino all’ultima propaggine ci siamo trovati con alle spalle le rocce disegnate dal vento negli arabeschi di tutte le sinuosità e le levigatezze di un’erosione millenaria di rara suggestione.

Ebbene, dopo aver fatto il pieno negli occhi e nella fotocamera con le immagini dei ruderi di una così vasta e ricca residenza ci siamo trovati a fare il pieno di uno spettacolo altrettanto emozionante: ciò che vedevano gli occhi degli imperatori nel loro “otium” virtuoso o nel loro colpevole spirito oppressore e vendicativo verso le proprie donne spesso incolpevoli: il paradiso della natura.

Un passaggio che porta direttamente al mare

Punta Eolo fa onore al nome, ce lo dicevamo allorché sospesi tra le pareti erose dal vento che si faceva sentire con le sue improvvise folate e le scogliere biancheggianti di spuma in basso abbiamo provato quel brivido che dà l’attrazione del “bello orrido” impossibile da spiegare, “che intender non lo può chi non lo prova”. E ringraziamo il nostro “felix error” per avercelo fatto provare.

Ci siamo sentiti come ”Papillon” dall’alto della scogliera guardare in basso i marosi infrangersi contro le rocce creando riflussi spumeggianti, quasi attirati dalla forza magnetica della natura alla quale il tocco della storia dava una suggestione ancora maggiore; così soli e sospesi lassù in alto potevamo trovarci in un’altra epoca, quella degli imperatori, i nostri occhi potevano essere i loro, non c’erano i ruderi a segnare il tempo trascorso, li avevamo lasciati dietro di noi superando gli ultimi passaggi ed entrando in diretto contatto con le ultime rocce prima della scogliera.

Abbiamo capito in quel momento come “Papillon” trovasse il coraggio per il grande balzo nel vuoto sulle onde che si infrangevano negli scogli a picco; non era solo l’anelito di libertà, ma la forza magnetica della natura che richiama come nel proprio grembo materno al pari delle sirene di Ulisse.

La visita “in solitario” era terminata, ancora in “trance” siamo tornati nel piazzale all’ingresso, proprio quando arrivava il gruppo che avevamo cercato percorrendo il sito sino alle sue propaggini estreme. Con sguardo severo la guida Elena ci ha fatto rilevare l’errore e non ci ha consentito di seguire la visita del sito perché avevamo perduto l’introduzione storica, accompagnandoci al cancello ci ha dato appuntamento all’indomani. Abbiamo aderito, la visita “regolare” del giorno dopo l’abbiamo raccontata con la dovuta diligenza; ma non potevamo omettere l’anteprima.

Elena ne sarà sorpresa quando ci leggerà, non dovrà irritarsi perché tanto lei quanto chi scrive sono estranei alla piega degli eventi, dovuta al “felix error”: il fato cui i romani credevano tanto, non poteva essere assente in un sito così prestigioso. Forse le verrà il desiderio di tornare anche lei ”in solitario” nelle propaggini estreme che di certo ben conosce e non possono essere rese visibili nelle visite regolari, ci si deve fermarsi prima. Lo meritano eccome! Solo dopo averle viste si può comprendere appieno la felice espressione della stessa Elena, alla quale oltre all’onore del titolo diamo anche quello della conclusione: “La capacità umana di far soffrire anche in Paradiso”.

La vista della scogliera tra la villa e la roccia erosa dal vento, il cielo e il mare

MUSEO ARCHEOLOGICO DI VENTOTENE

Frammento dell’intonaco di Villa Giulia

Stucchi dall’area di Villa Giulia

Dolio

Anfore

Marre d’ancora in piombo

Testo e foto di Romano Maria Levante

Fonte: ArcheoRivista

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Facimm chell ca vulimm

Giuseppe Assenso

L’ASSENSO SPA: figli, fratelli, nipoti, generi, amici & co.

L’unica azienda pubblica di ventotene è il comune e il sindaco ed i parenti lo sanno bene.
Lo era un tempo lo è oggi, come a dire cambiano i tempi ma non i modi. Anni fà il capo del paese era un Assenso e teneva sotto schiaffo tutti con il potere e il potere dei soldi. Oggi dopo anni le cose non sono cambiate.
Un Assenso guida il paese con mano ferma e una schiera di amici e parenti piazzati nei posti chiave. Un fratello utraottantenne figura tra i tecnici di fiducia e responsabile di progetti milionari del comune, un nipote siede in consiglio comunale, un nipote edifica centinaia di metri quadrati di strutture alberghiere in zona parco, un amico dirige l’area marina a 100 euro al giorno, un amico fà il portaborse. Il figlio del portaborse fà il tuttofare e il genero fà l’assistenza ai computer del comune. Non ci sono parole che giustificano un comportamento come questo. Tutto sotto gli occhi di una politica distratta e corrotta. Ma la corte dei conti?? il Prefetto?? la Provincia? la Regione? dove sono???

Fonte: TeleFree

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Ventotene… dove il rischio è di casa

Anche oggi giungono notizie poco rassicuranti dall’isola, ieri se non fosse stato per la professionalità dei marinai forse avremmo pianto altre quindici persone.
Il tutto perché, anche a fronte di un mare minaccioso e pericolosissimo , si è deciso di far partire il traghetto alla volta dell’isola,pare che da Ventotene siano stati rassicurati sulle condizioni meteo e ci sia stata forte pressione da parte del famoso e impeccabile sindaco Giuseppe Assenso il quale aveva premura affinché il suo amato parente potesse giungere in tempo alla riunione volta all’ assegnazione di un cospicuo appalto….
La famiglia ha bisogno, come sempre, di fare cassa nella ormai consolidata tradizione e se c’è da rischiare qualche vita fa parte del gioco, tanto sarà sempre pronto, nel caso avvenga una disgrazia, a versare lacrime di coccodrillo e a sbandierare il suo falso stupore, mascherandosi di nuovo dietro al fatto che mai si sarebbe immaginato un evento del genere.
Sono scene già viste, io le ricordo bene, speriamo non si ripetano !!!
Vi prego di leggere cosa è successo ieri, come riportato di seguito ,  [vedi articolo precedente] e di condividerlo se lo riterrete opportuno.
Forse un giorno qualcuno farà in modo che le cose cambino nell’ isola dove sono morte , per colpa di altri, e non per fatalità, Sara e Francesca e dalla quale Athena porta sul suo corpo e sul suo futuro ancora i segni.

( Bruno Panuccio 22/10/2010 )

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Yacht in fiamme, comandante e armatore a giudizio

L’affondamento nell’agosto 2006. Ieri l’udienza davanti al gip di Latina Guido Marcelli

Secondo l’accusa, col loro comportamento imprudente, provocarono l’incendio a bordo di uno yacht, mettendo a repentaglio la vita dell’equipaggio. Con queste accuse si è tenuta ieri l’udienza davanti al nuovo gip di Latina Guido Marcelli per Ernesto Gismondi e Mauro Baiocco, rispettivamente armatore e comandante dello yacht «Mait III», affondato nelle acque di Ventotene il 9 agosto del 2006. La difesa dei due, affidata all’avvocato Riccardo Passeggi, ha chiesto e ottenuto che il processo si celebri con la formula del rito abbreviato condizionato all’acquisizione di alcuni documenti. Secondo l’accusa, utilizzarono l’imbarcazione pur essendo privi dei dispositivi richiesti per la sicurezza. Quando si generò il guasto, non disattivarono inoltre l’energia elettrica provocando l’incendio sviluppatosi a prua. Il rogo distrusse lo yacht causandone l’affondamento, costringendo al naufragio le persone imbarcate. Il gip Marcelli, alla prima udienza del suo mandato a Latina, ha rinviato il processo al prossimo 9 marzo.

Fonte: La Provincia

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Nuova tragedia sfiorata a Ventotene

L'aliscafo della Caremar

Il sindaco Assenso indagato per la morte di Sara e Francesca continua a mettere a rischio la vita dei suoi concittadini per interessi personali

Ieri pomeriggio, intorno alle 16.30, l’aliscafo che fa servizio tra Formia e Ventotene ha subito una grave avaria rischiando il naufragio.
La nave della Caremar ha rischiato di affondare a circa 8 miglia dall’isola pontina quando il mare, fortemente agitato, ha sfondato uno degli oblò di prua facendo inclinare pericolosamente il mezzo che ha incominciato ad imbarcare acqua.
Mentre a bordo si scatenava il panico tra i circa quindici passeggeri diretti a Ventotene, tra cui diversi bambini, i marinai e il comandante  della nave riuscivano con grande prontezza e professionalità a chiudere la falla con le paratie di sicurezza e ad arrivare in porto senza ulteriori conseguenze.
A chi chiedeva loro perché si fossero messi in viaggio nonostante le condizioni proibitive del mare veniva risposto che avevano ricevuto rassicurazioni sulle buone condizione meteo proprio dall’isola, da uno degli ormeggiatori locali e soprattutto dal sindaco in persona, che premeva perché la nave raggiungesse Ventotene con a bordo il genero.
Sui motivi per cui era necessaria la presenza del genero del sindaco Tullio Ambrosino sull’isola questa mattina non si hanno informazioni precise, si sa solo che Ambrosino è da anni consulente dell’amministrazione Assenso con incarichi da molte  migliaia di euro, e che oggi doveva aver luogo in Comune una riunione importante per un grosso appalto che, evidentemente, vale più della vita di quindici cittadini ventotenesi.

Fonte: TeleFree

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Ventotene… il gestore della cassa

Bruno Panuccio

Molti sanno che dopo il crollo del 20 aprile in cui morirono Sara e Francesca e fu ferita gravemente Athena, la regione Lazio con il Ministero dell’ambiente hanno stanziato 120 milioni ( CENTOVENTIMILIONI ) al fine di mettere in sicurezza buona parte del Lazio da un punto di vista idrogeologico. Io per primo ho asserito che è stata una svolta epocale, per la prima volta, almeno qui da noi, si è deciso finalmente di metter mano in termini di prevenzione così da evitare altre inutili tragedie, d’altronde la presidente Polverini nella conferenza stampa di presentazione di tale progetto ha dichiarato che questa è la risposta alla mia richiesta nei confronti della politica di decidere quando per chi ci governa giunga il momento in cui il vaso è colmo di parole e passare ai fatti.

Finalmente i fatti, e di questo rendo merito come cittadino , però c’è un però e non di poco conto.

Il 20 luglio durante la cerimonia di intitolazione alle due ragazze del campo scuola della protezione civile a Castel di Guido, come anche riportato dai giornali, dichiarai apertamente e per questo si parlò nuovamente del fatto che io usi parole dure, che per me non sono altro che lecite e forse anche dettate dal buonsenso,

DI PORRE LA MASSIMA ATTENZIONE AL COME E DA CHI VENGA GESTITO TALE MARE DI DENARO CHE ESCE DALLE TASCHE DEI CITTADINI

e che sarebbe il colmo che il sangue di queste due ragazze sia fonte di speculazione di amministratori corrotti.

Veniamo al dunque: per Ventotene sono stati stanziati 6,4 milioni ( seimilioniquattrocentomilaeuro ) per vari lavori di salvaguardia del territorio come dal dettaglio di vari articoli.

Innanzitutto voglio porre l’accento sul fatto che stiamo parlando anche della zona di Cala Rossano che fino al 20 aprile era considerata sulla carta dall’amministrazione locale zona sicura ma che nella realtà non lo era affatto.

La seconda questione gravissima sulla quale richiamo la vostra attenzione.  che per me è motivo di sdegno oltre che di profonda vergogna come cittadino di questo paese, è che la gestione di tali fondi è affidata all’ amministrazione locale nella sua figura più alta .

E’ d’obbligo ricordare che tra i dieci indagati attuali per la morte di mia figlia Sara e di Francesca c’è il Sindaco Giuseppe Assenso .

Oltre al fatto che secondo me, dovrebbe autosospendersi in attesa di giudizio per rispetto delle famiglie delle ragazze e dei cittadini tutti, io mi domando se non sia il caso, dopo la prova di errata gestione del comune stesso, di creare una commissione esterna ai poteri locali per gestire tali fondi e tali lavori, che so…una forma di commissariamento.

Io non sto parlando di problemi diCORRUZIONE, non sta a me stabilire, giudicare e sentenziare in tal senso, forse si tratta solo di incapacità tecnica se solo le due spiagge più comode da raggiungere per i turisti siano state ritenute sicure prima del 20 aprile. però è un dato certo che negli ultimi anni nelle casse del comune sono arrivati MILIONI E MILIONI DI EURO, facendo leva anche sul fatto che Ventotene è patrimonio dell’ Unesco, mentre le opere sono rimaste a livello fantasma se non addirittura deleterie, basti vedere lo scempio perpetrato.

CON I SOLDI AVUTI GRAZIE AL SACRIFICIO DI SARA E FRANCESCA SI FACCIANO OPERE , GUAI SE DOVESSI SCOPRIRE CHE ANCHE STAVOLTA FINISCONO NELLE TASCHE SBAGLIATE,

E’ ANCHE UN FATTO PERSONALE….IN CAMPANA !!!!

http://www.telefree.it/news.php?op=view&id=84947

Bruno Panuccio (19.10.10)

Fonte: Blog di Bruno Panuccio

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