“Non volevo morire così”: una Spoon River tra Santo Stefano e Ventotene

Nel nuovo libro di Pier Vittorio Buffa i protagonisti hanno conosciuto la segregazione e le violenze del fascismo nelle due piccole isole del Tirreno. A Ventotene hanno lottato contro il regime, per regalarci un’Italia libera e democratica. Pubblichiamo un estratto del volume in uscita il 6 aprile e la prefazione di Emma Bonino

Non volevo morire così
, di Pier Vittorio Buffa (Editore Nutrimenti) , in libreria dal 6 aprile), è, come si legge nella quarta di copertina, una “Spoon River di Santo Stefano e Ventotene, le due piccole isole del Tirreno culle dell’idea d’Europa e della Costituzione italiana”. Le guide scelte da Buffa sono gli uomini che sulle due isole sono stati segregati. “A Santo Stefano gli ergastolani morti nel carcere e in parte sepolti sull’isola: storie sconosciute di chi ha scontato anni e anni di reclusione e vissuto rivolte, fughe, violenze, ingiustizie. A Ventotene i confinati che hanno lottato contro il fascismo, per la libertà, per la nascita di un’Italia libera e democratica, ma che non hanno potuto vedere il frutto del loro sacrificio”.

Nel libro, al quale Emma Bonino ha scritto la prefazione, si fa la conoscenza con personaggi come il comunista calabrese Rocco Pugliese, ucciso dai secondini dell’ergastolo di Santo Stefano o come il partigiano greco Giorgio Capuzzo che aveva combattuto contro gli italiani. Le loro storie sono precedute dal numero di matricola di ciascuno e da un distico che, come spiega Buffa “racchiude i possibili ultimi pensieri, quelli che nessuno sa se si riescono davvero a fare prima di morire”.

Gli anni del confino di Ventotene, quelli in cui presero forma l’idea di Europa e la futura Costituzione italiana, li raccontano, tra le altre, le storie di Mario Maovaz, il giellista triestino bibliotecario del confino. Dell’anarchico Gigino lo Stipettaio (si narra che nel sottofondo di un suo mobiletto sia uscita dall’isola una copia del Manifesto per l’Europa). Di un altro anarchico poi morto in un lager, Giovanni Domaschi. Uomini che, insieme ai futuri protagonisti dell’Italia democratica, hanno lottato, studiato, fatto politica.

“È per tutto questo”, conclude Buffa, “che a Santo Stefano e Ventotene si incrociano i destini dell’Italia, dell’Europa e delle migliaia di uomini costretti a viverci. Con loro rileggiamo i grandi fatti della storia come in una lente di ingrandimento per cogliere particolari sfuggiti o ignorati, rivedere giudizi stereotipati”.

La prefazione di Emma Bonino

Degli anni del confino di Ventotene e delle persone che li hanno vissuti una come me pensava di conoscere tutto: del Manifesto per l’Europa, di Altiero Spinelli, di Ada ed Ernesto Rossi… Pensava di avere letto così tanto da sapere bene come erano andate le cose.

E invece, proprio per una come me, la ricostruzione che di quegli anni viene fatta in Non volevo morire così è sorprendente ed emozionante.

Questo è un bel libro, scritto in modo gradevole, insieme drammatico e godibile. Due cose che sembrano in contraddizione ma che qui non lo sono.

Sono pagine che ricostruiscono la vita dei confinati, fotografano dettagli che gli anni rischiavano di cancellare per sempre. E diventano, quindi, un importante riconoscimento per tutti coloro che in nome dei propri ideali hanno perso la libertà e sono rimasti segregati nelle prigioni fasciste o nelle isole di confino. Non solo i personaggi più noti, quelli che hanno poi attraversato, con i loro nomi e le loro azioni, la storia della Repubblica. Oltre a Spinelli e agli altri federalisti penso a Pertini, Terracini, Scoccimarro… Uomini che della prigionia e del confino hanno scritto e raccontato nutrendo generazioni di libertari e di antifascisti. Ma questo libro è un riconoscimento soprattutto per coloro che non hanno potuto raccontare, che sono morti, come scrive Pier Vittorio Buffa nelle prime pagine, “prima di vedere il proprio sacrificio contribuire alla nascita di un’Italia democratica e repubblicana”. Incontriamo grandi eroi sconosciuti che senza questo lavoro avrebbero rischiato di uscire dalla nostra memoria, dalla storia di questo paese.

Incontriamo Giovanni Bidoli: una storia, la sua, che mi ha molto colpita. Una tenace lotta per difendere le proprie idee che finisce in un campo di concentramento e in una marcia estenuante in cui Bidoli scompare.
Incontriamo lo Stipettaio, l’anarchico che ha confezionato il mobiletto con il quale, si dice, vennero portati fuori dall’isola il Manifesto e altri importanti documenti clandestini. E che prepara un vassoio di legno sul quale Ernesto Rossi dipingerà bellissime scene di vita dei confinati di Ventotene.

E poi altri. L’uomo ammalato difeso da Pertini che impone al direttore del confino di farlo portare subito in ospedale. L’anarchico Domaschi che aveva diviso la cella con Ernesto Rossi…

Ecco, è proprio leggendo queste storie che ti rendi conto che ti sbagliavi quando ritenevi di sapere tutto e che nulla più potevi aggiungere alle tue conoscenze su quel pezzo di storia d’Italia. Persino di Altiero Spinelli ho scoperto un dettaglio della sua vita che ignoravo. A Ventotene aveva imparato ad allevare galline: dietro la sua piccola bottega da orologiaio aveva organizzato un efficiente pollaio. Attraverso particolari come questi si entra davvero nella vita del confino. Una vita difficile come tutte le vite segregate, una vita di stenti scandita dall’arrivo del piroscafo Santa Lucia che portava viveri, posta e, spesso, nuovi compagni.

L’isola di Ventotene la conosco bene. Anzi, pensavo di conoscerla bene. Ci sono andata molte volte, l’ho girata tutta, a terra e per mare. Ma non avevo mai sentito davvero l’odore del confino. I suoi silenzi, i suoi rumori attutiti, le sue urla, le sue disperazioni.

Le storie umane raccontate in queste pagine consentono di avere un quadro più preciso di quella comunità grande e variegata, attraversata da profondi dissidi e grandi amori, che è stata capace di mantenersi comunque vitale, sopravvivere alla dittatura, farsi trovare pronta quando c’è stato bisogno di prendere in mano le armi e costruire un’Italia libera. Una comunità della quale Bidoli, lo Stipettaio e gli altri hanno fatto parte a pieno titolo.
Non volevo morire così, come si capisce immediatamente dal titolo e dalla copertina, parla del confino di Ventotene e dell’ergastolo di Santo Stefano. Parla delle due isole insieme (“mondi lontani e opposti di due isole distanti solo un braccio di mare, ma legate da un comune passato di segregazione e sofferenze”) con l’intento dichiarato di spiegare le radicali differenze dei loro destini, fugare qualunque dubbio o confusione sul loro ruolo nella storia più recente, cogliere quello che le ha legate e le lega. Anche in questo caso attraverso gli strumenti che di questo lavoro sono i pilastri: una ricerca approfondita, risultato di passione e di sforzo intenso, le storie che emergono con la loro struggente quotidianità e le loro enormi sofferenze, il ruolo del cronista che racconta tutto questo con discrezione e pudore, senza mai mettersi in mezzo.

Attraverso la cronaca storica balzano fuori dalle pagine del libro due personaggi opposti dei quali è bene non perdere memoria.
Il primo è Marcello Guida, il commissario di polizia che fu l’ultimo direttore del confino, l’uomo che scriveva i ‘cenni’ (si scoprirà leggendo il libro di cosa si tratta) che segnavano il destino di centinaia di persone, l’uomo che all’indomani del 25 luglio fece sparire la foto di Mussolini dal muro dell’ufficio e il distintivo fascista dal bavero. Guida ha fatto carriera anche nella Repubblica: era il questore di Milano il giorno dell’attentato di piazza Fontana e, come è ricordato in queste pagine, disse subito che, sostanzialmente, l’anarchico Pinelli si era buttato dalla finestra perché i suoi alibi erano crollati. Pertini, quando era presidente della Camera dei deputati e si trovava a Milano, si rifiutò di riceverlo.

L’altro è, appunto, il suo opposto. È l’uomo al quale Buffa dedica un paragrafo intitolato “Il riformatore”: Eugenio Perucatti, direttore dell’ergastolo di Santo Stefano dal 1952 al 1960. Il suo approccio con l’ergastolo è diverso da tutti i suoi predecessori. Innovativo, moderno, rivoluzionario, di eccezionale attualità. Come prima cosa si fa portare i fascicoli dei detenuti e li studia per capire se dentro quelle mura siano rinchiusi degli innocenti. E nella sua prima riunione da direttore fa leggere l’articolo 27 della Costituzione, approvata da pochi anni, dove si stabilisce che le pene “non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. Quello che Perucatti dice sull’ergastolo lo ripetiamo oggi, con le stesse parole, noi radicali. Lo ha sostenuto con tutto l’impegno di cui era capace Marco Pannella ed è quello che, né più né meno, Rita Bernardini dice ogni volta che visita un carcere. Parole e concetti quindi, quelli usati da Perucatti negli anni Cinquanta, di stringente attualità, dichiarazioni e modi di comportarsi che a un orecchio radicale risuonano molto contemporanei.

La ‘rivoluzione’ tentata da Perucatti e le storie dei detenuti morti sull’isola di Santo Stefano confermano, se mai ce ne fosse bisogno, come la battaglia contro l’ergastolo sia una battaglia che va combattuta fino all’ultimo, fino all’abolizione di una pena che è, di per sé, inumana e anticostituzionale. A questa battaglia Non volevo morire così, con le sue drammatiche storie di ‘sepolti vivi’, dà un importante contributo.

La storia di Rocco Pugliese

960. Ucciso
Sapevo che stavano per uccidermi, lo sapevo perché non avevo subito in silenzio la loro violenza. Io non volevo morire, perché avrei voluto combattere ancora contro i fascisti, aiutare il mio paese a diventare un paese libero. Per questo ho lottato fino alla fine. Poi mi hanno legato.
Rocco

Roma, Montecitorio, 19 novembre 1947, seduta dell’Assemblea costituente. Si parla di carceri, di pestaggi di detenuti. Il deputato socialista Sandro Pertini prende la parola per dichiararsi insoddisfatto della risposta del ministro di Grazia e Giustizia, e parla, tra le altre cose, del carcere di Santo Stefano, dove è stato rinchiuso durante il fascismo. È il giorno in cui Pertini mette la parola fine ai dubbi sulla morte di Gaetano Bresci, il regicida (vd. p. 33). Ed è il giorno in cui parla di un giovane comunista calabrese morto anche lui sull’isolotto ponziano, Rocco Pugliese. “Rocco Pugliese venne soppresso all’ergastolo di Santo Stefano, quando io ero lì, al letto di forza”. Soppresso, ucciso dalle guardie, mentre era legato al letto di contenzione.
Trent’anni dopo, nel 1977, Pertini, che è già stato presidente della Camera dei deputati e sta per diventare capo dello Stato, risponde a una lettera indirizzatagli da una nipote di Rocco Pugliese, Lina, e descrive minuziosamente quello che accadde nel carcere di Santo Stefano il 17 ottobre 1930.
“Una notte un grido straziante mi svegliò. Dalle celle di punizione giungevano rumori di guardie che correvano e poi l’urlo di Suo zio: ‘Mamma, mamma’ e quindi un silenzio di morte… Da informazioni assunte da detenuti comuni che facevano i lavori degli scopini e cioè pulivano i corridoi, le celle e portavano da mangiare ai detenuti, seppi che Suo zio era stato ucciso dalle guardie… Io quando parlo di lotta antifascista ricordo anche Suo zio perché pur non avendolo conosciuto personalmente è stato mio compagno all’ergastolo di Santo Stefano ed è morto tragicamente…la esorto a tenere viva la memoria di Rocco Pugliese, ucciso all’ergastolo di Santo Stefano”.
Rocco Pugliese, nato a Palmi nel 1903, viene rinchiuso a Santo Stefano il 19 gennaio 1929, condannato perché accusato di omicidio, di aver ucciso a colpi di rivoltella un fascista, Rocco Gerocarni. Ma Rocco non ha mai ucciso, la sua colpa è solo quella di essere un antifascista e un comunista. Una ‘colpa’ che lo ha portato prima in carcere, poi alla morte.
Palmi, quando il fascismo non è ancora diventato regime, è terra di socialisti e comunisti. C’è una sezione del Pci, di cui Rocco è uno dei fondatori, e i fascisti non riescono a imporsi. Il clima in città è teso, gli scontri frequenti, gli arresti dei ‘sovversivi’ anche. Il 30 agosto 1925 è l’ultima domenica d’agosto che, come ogni anno, è dedicata a Maria Santissima della Sacra Lettera, patrona della città, e alla festa chiamata della Varia. La Varia è un grande carro, alto più di quindici metri, trasportato in processione da almeno duecento uomini: una tradizione antica che affonda le sue radici nel diciottesimo secolo. Quell’anno i fascisti di Palmi decidono di ‘fascistizzare’ la festa e annunciano che una delle due bande musicali suonerà il loro inno, Giovinezza. In città scatta una decisa, ma pacifica rivolta. Gli antifascisti, e Rocco Pugliese è uno dei più attivi, chiedono la restituzione dei soldi versati per la festa e decidono di boicottare il trasporto della Varia. Aderisce la quasi totalità dei portatori e così sono i fascisti a doversi far carico del trasporto. Dopo momenti di tensione altissima la festa scorre secondo il programma stabilito anche se risuonano per le strade della città le note di Giovinezza. Alla fine la Varia viene deposta come sempre in piazza Vittorio Emanuele (oggi piazza Primo Maggio) e la gente si gode la fine della festa passeggiando e sedendosi ai bar.
Al caffè De Rosa è seduto anche Rocco Pugliese insieme ad altri compagni. Un folto gruppo di fascisti entra nella piazza, con loro è la banda che ha suonato Giovinezza. Vanno verso la sede del Pci, poi verso il caffè De Rosa, dove sanno che siedono i loro nemici. Le note dell’inno fascista si diffondono nuovamente, “altri squadristi cominciano a straripare lungo il marciapiede agitando gagliardetti e bandiere ed intonando a squarciagola Giovinezza”. I fascisti insistono: cantano, si fanno sempre più sotto, cercano una reazione. Il ventiduenne Rocco grida: “Adesso basta, avanti popolo alla riscossa” e canta Bandiera rossa. Testimonierà Rocco il giorno dopo: “I fascisti mi vennero incontro ed il Gerocarni Rocco che mi stava di fronte quasi a contatto mi diede un colpo di bastone che riuscii a parare con la mano. I fascisti misero tutti mano alla tasca, mi stavano accoppando e io, presa una sedia, la lanciai contro i fascisti”. Contemporaneamente si sentono colpi di rivoltella. “Credetti avessero sparato contro di me”, testimonia ancora Rocco, “e dalla massa poi fui trascinato in casa Silvestri… Ero inerme e non è possibile che alcuno possa affermare di avermi visto sparare o di avermi visto con pistola o rivoltella in mano”. Le pallottole colpiscono Gerocarni e altre persone, ma solo lui morirà. Per gli antifascisti di Palmi quel che è successo è fin troppo chiaro: il parapiglia scatenato dagli squadristi serviva a creare il clima adatto per sparare su Rocco e sui suoi compagni. Un testimone dice con chiarezza che ha visto le fiammate dei colpi partire dalla tettoia di una casa su cui erano tre uomini. Nessun testimone ha mai detto di aver visto un’arma in mano a Rocco Pugliese o a qualcuno degli altri seduti al caffè De Rosa.
Per la polizia è invece chiaro l’esatto contrario: vengono arrestate decine di “sovversivi” e alla fine saranno trentuno i rinviati a giudizio per la sparatoria e l’omicidio. Le indagini “puntarono sul teorema falso della organizzazione premeditata dell’assassinio e di un fantomatico complotto sovversivo”. È l’inizio di uno dei processi emblematici all’antifascismo che si concluderà davanti al tribunale speciale il 5 dicembre 1928. Per Rocco Pugliese la condanna più pesante: ventiquattro anni e sette mesi di carcere per “correità in omicidio e quattro mancati omicidi”.
A Santo Stefano la cella di Rocco è marcata come quelle di tutti i politici: il dischetto rosso e la scritta: “Detenuto pericoloso da sorvegliare attentamente”.
Rocco non ha ancora trent’anni, la sua passione politica e il suo fervente antifascismo non lo hanno mai fatto arretrare di un passo. È un esempio di resistenza e di fierezza, dice di lui Pertini. Il suo fascicolo personale, che secondo altri documenti era il numero 960, non è però tra quelli catalogati dagli agenti di Cassino. O è mischiato ad altre carte e deve essere ancora catalogato. O è andato distrutto durante la rivolta del 1943 (vd. p. 144). Oppure non c’è perché qualcuno decise che non doveva essere trovato. La sua morte è registrata al Comune di Ventotene due giorni dopo, il 19 ottobre, con la spiegazione più ovvia e insignificante: morto per paralisi cardiaca, perché il suo cuore si è fermato.
Ma nel carcere si sa come sono andate le cose. Lo ha raccontato Pertini nell’aula di Montecitorio. Lo ha descritto ancora più dettagliatamente l’anarchico Giuseppe Mariani che fa anche i nomi dei responsabili dell’omicidio: “Un episodio banale, spingeva il capoguardia Porta a infierire sul condannato politico Pugliese fino a farne determinare la morte sul letto di forza; furono strumenti di quest’azione gli agenti Barbara capoposto e Giacobbo guardiano dell’infermeria, e, per inerzia, il dottore”. Il capoguardia Porta è un personaggio che si trova più d’una volta nelle memorie di chi è passato per Santo Stefano. Fu Porta ad accogliere, per esempio, il comunista Athos Lisa al suo arrivo all’ergastolo. Lisa lo descrive come un piemontese di costituzione robusta, “con uno sguardo che diceva da solo come l’ergastolo fosse affidato alla sorveglianza”. E racconta: “Che fosse così ce lo dimostrò immediatamente indirizzandosi in particolare a me: ‘Voi siete un uomo pericoloso’. Ed aggiunse: ‘Qui i pericolosi li trattiamo così’. Un pugno mi colpì in pieno viso. Barcollai e se non mi avesse sostenuto la catena che mi univa agli altri due ergastolani, sarei caduto per terra. I miei polsi, stretti ancora nelle manette, pareva sanguinassero, tanto divennero rossi”.
Anche da morto Rocco Pugliese fa paura e intorno alla sua salma si apre un macabro balletto burocratico. Dieci giorni dopo l’assassinio, alla prefettura di Reggio Calabria giunge notizia che “alcuni sovversivi” di Palmi hanno organizzato un “occulto lavorio” per raccogliere il denaro necessario per organizzare i funerali di Rocco, una volta che la salma fosse tornata a Palmi. Gli stessi “sovversivi” avrebbero fatto “private sollecitazioni” per far arrivare alla famiglia di Rocco “lettere di condoglianze e attestazioni di simpatia”. La cosa preoccupa così tanto che viene spedito sul posto un vicequestore per “eseguire diligentissime indagini”. Il funzionario interroga, indaga, perquisisce per poi arrivare alla conclusione che le notizie sono infondate, che “non è emerso alcun atto di solidarietà”. Comunque, per evitare guai, la questura dispone che i funerali di Rocco Pugliese “non abbiano luogo in forma pubblica e che la salma sia trasportata nottetempo dallo scalo ferroviario di Palmi al Cimitero”. E comunque, se ciò non bastasse, vengono date istruzioni “perché qualsiasi eventuale manifestazione sediziosa, comunque tentata o fatta, sia in tempo utile prevenuta e siano adottate severe misure di polizia a carico dei responsabili”.
Preoccupazioni inutili quelle della polizia calabrese. Perché il problema dei funerali di Rocco viene risolto a monte. In una nota di poche righe il prefetto di Reggio comunica a Roma che “dalle indagini eseguite è risultato che, almeno per ora, non avrà luogo il trasporto a Palmi della salma del detenuto in oggetto”. E dove sia finito il corpo di Rocco nessuno lo sa. A Palmi non è mai arrivato, nel cimitero di Santo Stefano non ce n’è traccia.
Ma della sua morte, nel carcere, si continua a parlare. Viene paragonata a quella di Gaetano Bresci (vd. p. 33). Anche lui chiuso a Santo Stefano, isolato, supersorvegliato, ucciso. Nessuno dubita che siano state le botte degli agenti a determinare l’“arresto cardiaco” di Rocco. E nessuno dubita che sia stato ucciso perché stava diventando un simbolo: giovane, comunista, condannato ingiustamente. Così la notizia della sua morte violenta esce dal carcere, gira nella rete clandestina comunista, arriva in Francia e il 21 dicembre diventa un articolo della Humanité, l’organo dei comunisti francesi: “Rocco Pugliese [il giornale, in realtà, lo chiama Pugliesi, ma è un evidente errore materiale] fu svegliato con un sussulto nel cuore della notte dal secondino in servizio. Le guardie di questa prigione sono reclutate tra la più vergognosa mafia di sfruttatori, alcolizzati, invertiti. Il secondino di Pugliese, ubriaco, fece al nostro compagno delle proposte abominevoli.

Fonte: L’Espresso

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Sara e Francesca: chiesta la conferma della condanna x omicidio in appello

Sara Panuccio e Francesca Colonnello

E’ stata chiesta la conferma della condanna per gli imputati della morte di Sara Panuccio e Francesca Colonnello, le ragazze romane di 13 e 14 anni morte durante una gita scolastica a Ventotene il 20 aprile del 2010. Nel processo d’appello in corso a Roma il procuratore generale ha ricostruito l’accaduto e concluso per la responsabilità dell’ex sindaco, Giuseppe Assenso, del capo dell’ufficio tecnico dell’isola, Pasquale Romano, dell’altro ex sindaco Vito Biondo e l’ingegnere del genio civile di Latina Luciano Pizzuti.

Giuseppe Assenso, Vito Biondo e Pasquale Romano, gli amministratori locali condannati in I grado per la morte di Sara e Francesca

I primi due sono stati condannati dal Tribunale di Terracina a 2 anni e 4 mesi, gli altri a un anno e dieci mesi. La replica delle difese è fissata per il 14 gugno.

Fonte: Il Messaggero

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Ventotene: ci manca solo Adinolfi

Succede a ogni appuntamento elettorale: candidature lanciate per far discutere, promuovere posizioni minoritarie che nell’ubriacatura generale possono trovare l’agognato spazio mediatico. Così non passa inosservato l’annuncio di Mario Adinolfi lanciato sui social network: il Popolo della famiglia, partito fondato nel 2016 dal giornalista ed ex deputato Pd, correrà alle amministrative di giugno al Comune di Ventotene.
Il manifesto di Adinolfi
Dopo il tentativo di candidatura a Roma nel 2016, dove il Pdf non ha raggiunto l’1%, ecco la nuova avventura del controverso giornalista, oggi ultracattolico, che figura tra i fondatori del partito democratico, di cui è stato deputato nella XVI legislatura. La spinta del referendum in Turchia offre l’occasione ad Adinolfi di presentare il suo progetto fondato sull’incremento demografico di stampo religioso che possa contrastare quello – altrettanto ideologico – lanciato da Erdogan: «Con un sultano-dittatore incuneato in Europa che al referendum dice di “aver battuto i crociati”, con i venti di guerra che agitano questo periodo post-pasquale e con una notizia importante per il Popolo della famiglia: rappresenterò il nostro movimento alle elezioni amministrative a Ventotene».
Incentivare la maternità
Prosegue Adinolfi nel suo messaggio. «È un’isola-simbolo, di un’Europa che non ci piace, dove c’è voluto un commissario prefettizio coraggioso per varare un primo simil-reddito di maternità: 160 euro per 36 mesi alle mamme. Noi vogliamo raddoppiare il periodo e triplicare gli importi perché Erdogan chiede ai turchi in Europa di fare almeno cinque figli e la risposta dell’Europa deve essere cancellare l’aborto e incentivare la maternità. Questo sarà il nuovo Manifesto di Ventotene del Popolo della Famiglia».

Fonte: Corriere della Sera

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Ventotene: la cricca, lo sberleffo e le macerie

Abbasso e alè
abbasso e alè
abbasso e alè con le canzoni
senza fatti e soluzioni con Assenso e company che non ha fatto niente
acqualatina
la fogna
il cimitero
i gaglioffi e i buffoni di corte
ladri di polli
super tangenti
ladri di Ventotene
il grasso ventre di Assenso ,Cataldo e Umbertone Langella

IL CLAUDIO SANTOMAURO sempre che comanda
ladri legalizzati
case abusive
vendette private
minacce
voti di scambio per un lavoRO
posti di lavoro promessi e mai dati.
Strade dissestate
Ville costruite a sbaffo in barba al parco
e compagnia bella
Denunzie ad Hoc per gli avversari

LA Mafia ed ancor di più’
APPALTI TRUCCATI per CLAUDIUCCIO
NUNVEREGGAEPIU’
Calanave venduta
muri senza senso
strade senza luce
compromessi senza senso
Strade senza asfalto
con Assenso imputato
SANTOMAURO Claudio
Ciro che comanda il porto vecchio
Con barche che non sa dove più metter
Con il gazebo nel porto antico.
Per riempire la tasca sempre più.

la Chiacchiera che parla a vanvera e non sa cosa dice
tutti a far casino
ma che alla fine non dicono niente

Parlano e sparlano senza nessun senso

Giuseppe ASSENSO, UMBERTO Assenso, Umbertone, Cataldo, Pasquale Romano , Daniele CORAGGIO, Ciro Alleati, I PENNACCHIA, I MUSELLA, LA CHIACCHIERA
fottacumpagna, gaglioffi, saltimbanchi, servi di CHI GLI DA QUALCHE SOLDO
nobildonnE eminenze monsignorI
vossia cherie mon amour

NUNVEREGGAEPIU’

Processi che volete mandare in prescrizione
abbasso e alè
E Claudio Santomauro che sta a dirigere dietro le quinte
s’è alzato male stamattina e ha detto
mi sia consentito dire
Che il nostro partito è serio
Minacciammo solo
a chi il voto a noi non dà

Cataldo e il sesso
è tutto un cess
ci sarà la ress

se quest’estate andremo al mare
solo LA fogna noi avrem

e vivremo nel terrore che acqualatina ci ruba
e ruban rubano
dove sei tu? Caro Assenso non m’ami piu’?
dove sei tu? io voglio tu
soltanto tu dove sei tu?

NUNVEREGGAEPIU’
Ue paisà
la scuola
le strade
la fogna
la spiaggia
le case popolari
gli ombrelloni promessi
sulla spiaggia di Calanave
il lavoro
il processo
gli appalti

Assenso, SANTOMAURO ClaudioDIO, UMBERTO LANGELLA , Cataldo Daniela Coraggio, amici di merenda

illusioni
posti di lavoro ai giovani
mentre i giovani si grattano
e le commarelle ad Acqualatina
e chi è matto e grida che avete ragione
mentre vedo tanta gente
che STA A SPASSO non ha Più SOLDI
e non c’ha niente
ma chi me sente…
ma chi me sente
e ALLORA CARO Assenso, Biondo, Pennacchio, Santomauro, Langella, Cataldo, CHIACCHIERA, E COMPAGNI DI MERENDA
che bellE CHE siete
valete per sei cento
ci giurerei
ma è meglio se ve ne andate
che belli che siete
che belli che siete
Valete per seicento
che a rubar più non potete.
Ma
NUNVEREGGAEPIU’

Fonte: TeleFree

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Il dissalatore di Ventotene: un miraggio destinato a rimanere tale

Acqualatina riprenderà a breve i lavori per il dissalatore a Ventotene. E lo farà in virtù di una sentenza del Consiglio di Stato che ha accolto l’appello presentato dagli avvocati di Acqualatina S.p.A. Alfredo Zaza D’Aulisio e Tiziana Ferrantini in merito all’istanza cautelare proposta in primo grado dall’Associazione Albergatori di Ventotene e accolta dal Tar di Latina. Il ricorso chiedeva la temporanea sospensione dei lavori per la realizzazione dell’impianto di dissalazione sull’isola di Ventotene, in attesa del rilascio, da parte della Regione Lazio, della Valutazione di Impatto ambientale (VIA).

Il Consiglio di Stato ha, però, accolto l’appello, ribaltando l’ordinanza del TAR e affermando che la sottoposizione a VIA (Valutazione di Impatto Ambientale) del progetto in esame è rimessa alla discrezionalità dell’Amministrazione (in questo caso la Regione Lazio), non essendo prevista tassativamente dalla legge.

Il Consiglio di Stato ha anche constatato che il progetto per l’impianto di dissalazione ha già ottenuto tutti “gli assensi necessari anche da parte delle Autorità preposte alla tutela della salute e dell’ambiente, ivi inclusa, in particolare, la valutazione di incidenza”.

Adesso Acqualatina può riprendere i lavori, già a partire dalla prossima settimana. L’obiettivo è rendere il dissalatore attivo entro l’estate del 2017. Così anche gli abitanti dell’isola di Ventotene potranno usufruire di un sistema di approvvigionamento idrico autonomo, per la prima volta nella storia.

Fonte: Latinaquotidiano

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Ventotene – L’Europa non abita più qui

Confinati a Ventotene

L’Europa, qui idealmente nata non si respira. Siamo in piena campagna elettorale, si vede bene dalle strette di mano e si sente dalla parole sussurrate. Si tornerà a votare dopo lo scioglimento del comune, da parte del prefetto di Latina, per non aver approvato il bilancio. «Per incapacità» mormora un pescatore intento a verniciare Lara, la sua barca. Sta di fatto che Ventotene è il primo comune della provincia di Latina ad essere stato sciolto sulla base del nuovo principio contabile dell’amministrazione finanziaria. Da una parte, pare, che nella nuova tornata elettorale ci sarà candidato un notaio e dall’altra parte, ci confidano, si sta ancora cercando un papa straniero.

Alle 9,15 parte il traghetto che da Formia porta in due ora a Ventotene. Ripercorriamo posti e luoghi dei confinati, di chi durante il periodo fascista fu spedito in quest’isola di due chilometri e lontana dalla terra ferma, perché ritenuto pericoloso per il regime di Mussolini. Targhe di vario tipo e dimensioni ci consegnano alla memoria la nascita degli Stati Uniti d’Europa. A piazza Castello ce ne sono due affisse al palazzo comunale.

Circa 700 residenti che in inverno diventano 200 ma in estate quasi tre mila, un’economia provata dalla crisi economica e l’aspettativa che la stagione estiva sia meglio di quella di unno fa. Sì, perché nell’isola si lavora solo da inizio aprile fino a ottobre. Nel mese di settembre ogni anno i federalisti raggiungono l’isola per omaggiare Spinelli, Rossi e Colorni. Poi si chiudono i battenti. In più non si può pescare, l’isola è riserva marina.

Azionisti

Ad agosto del 2016 la visita di Renzi, Hollande e Merkel al cimitero dove, per sua volontà, sono state sepolte le ceneri di Altiero Spinelli, uno dei padri del Manifesto di Ventotene. «Solo sfilate e proclami ma poi siamo sempre punto a capo» sono i commenti delle persone che vivono qui. L’isola di Santo Stefano e il suo carcere borbonico, proprio davanti a Ventotene, dovrebbe trasformarsi in un centro di ricerca. Ma ancora non si vede niente. E per di più Renzi, che aveva promesso la riqualificazione, non è più primo ministro. Al momento se vogliamo salpare su Santo Stefano bisogna chiamare Michele, il figlio di un albergatore.

«Ti accompagna con la barchetta fino a lì e poi lo richiami la sera così ti viene a prendere».

A Ventotene oltre le targhe e la lapide dove è stato sepolto Spinelli c’è ben poco di quel periodo. La stessa piazza, dove un tempo passeggiavano i confinati, è stata tutta pavimentata in chiave moderna così come i dormitori dei confinati che sono stati rasi al suolo. Perfino il film tv Un mondo nuovo, sull’Europa unita, è stato girato alle Tremiti. La Ventotene di oggi è diversa per adattare le scene: «Forse Apulia Film Commission ha dato più soldi di Lazio Film Commission», dice a voce bassa ma sorridendo la cameriera di un bar. A vestire i panni di Spinelli è Vinicio Marchioni, l’attore romano noto per aver interpretato il Freddo in Romanzo criminale.

Nel nostro viaggio ad accompagnarci e farci da guida c’è Pier Virgilio Dastoli. Fu assistente parlamentare di Altiero Spinelli e oggi membro del Movimento Federalista. Conosce l’isola viottolo per viottolo, casa per casa. Ci mostra, prima, il balcone dove si affacciava Sandro Pertini, poi la via delle botteghe dei confinati. Spinelli ad esempio riparava orologi, «e ai ricchi che avevano orologi di marca e che erano più difficili da riparare, faceva pagare di più rispetto a quelli dozzinali usati, diciamo, dal popolo» racconta Dastoli. «Se non altro rispecchiava quell’idea socialista in difesa del proletariato contro il capitalismo». Un’idea oggi sempre più lontana dalla sinistra italiana ed europea, che ha preferito unire prima l’economia e non la politica, gli interessi e non la buona pratica. In questo modo Ventotene rischia solo di essere la tomba dell’Europa.

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Ventotene, l’ex sindaco Assenso ha “venduto” gli isolani ad Acqualatina?

A Ventotene l’ormai ex amministrazione Assenso ha ricevuto un altro duro colpo. E ormai l’ex sindaco più indagato d’Italia, insieme alla sua ciurma di scagnozzi, ha aggiunto un’altra perla al Suo già notevole curriculum di fallimenti, che ha reso l’isola di Ventotene un accozzaglia di “progetti” senza ne capo e ne coda, progetti che arricchivano la sua tasca e quella dei suoi “compagni di merenda”
E’ di questi giorni la notizia che il Tar di Latina, a un primo esame, ha ritenuto fondato il ricorso, presentato dal movimento Buona Onda, sul progetto di dissalatore di Acqualatina. Meglio: ha riscontrato “apprezzabili motivi di fondatezza” sul ricorso stesso. Secondo i giudici infatti è opportuno sottoporre il progetto alla valutazione di impatto ambientale (http://www.h24notizie.com/2017/02/tar-frena-sulla-realizzazione-del-dissalatore).
Quell’Acqualatina tanto voluta da Assenso & Company, ma come diceva Andreotti a pensare male si fa peccato ma spesso ci si azzecca. Come mai Assenso & Co. volevano tanto che Acqualatina prendesse la gestione dell’acqua pubblica a Ventotene, con bollette esorbitanti, e come mai Assenso non sapeva niente delle due leggi dello stato la (numero 307 del 1950 e la 378 del 1967) mai espressamente o tacitamente abrogate che stabiliscono che sia a carico dello Stato la fornitura dell’acqua potabile per i cittadini delle isole?.
Ma stranamente dopo che Assenso ha ” VENDUTO” Ventotene ad Acqualatina, la figlia è diventata consulente legale esterno della società e parecchie persone, anche qualcuna in ufficio a Formia, senza concorso, sono entrate in Acqualatina.
Mistero della fede, anzi della cricca di Assenso & Co.
Ma è lungo l’elenco dei misteri che l’amministrazione di gaglioffi ha da svelare.
Per esempio perché non ci spiega del bilancio, che nemmeno il commissario prefettizio dopo ben 8 mesi non riesce a rendere pubblico nonostante le forti pressioni in tal senso dei consiglieri d’opposizione di Buon Onda.
A questo punto sorge una domanda (a pensare male si pecca ma ci si azzecca quasi sempre): il commissario prefettizio non è collusa con la cricca?? Un’affermazione forte, ma dopo otto mesi il bilancio non è uscito ancora, siamo a Ventotene ed il bilancio non è certamente quello di New York.
Mega ampliamento del cimitero con milioni di euro stanziati, quando si poteva fare lo stesso lavoro con nemmeno un quarto di soldi, come mai la cricca non ci ha pensato, a chi dovevano versare altri soldi in tasca? La domanda è semplice ed ogni Ventotenese sa la risposta.
E la grande muraglia alla spiaggia Calanave che ha rovinato uno dei più ameni posti di Ventotene? A chi L’ISOLA deve ringraziare, ma che domanda: alla cricca Assenso e company.
E l’elenco potrebbe continuare ancora per molto.
Ricordiamo che l’ex sindaco Assenso è imputato per omicidio colposo e abuso d’ufficio, e che a Marzo ci sarà il processo per le due bambine morte nel 2010, a causa di una frana.
Speriamo che la giustizia sia che Assenso sia colpevole o innocente, faccia il suo corso, SENZA RICORRERE AL DEPLOREVOLE MEZZO DELLA PRESCRIZIONE.
La cosa che sconvolge di più e che il pluri imputato Assenso, anche se non si presenta lui personalmente, sta preparando una lista da presentare alle prossime elezioni! È mai possibile?. Vuole continuare a rovinare Ventotene? Portarla alla definitiva morte?

Fonte: Telefree

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Dissalatore di Ventotene: l’ennesima bufala

Dopo che Acqualatina, gestore del servizio idrico e società che dovrebbe realizzare l’impianto in località Porto Nuovo, presentò un’istanza per sottoporre il progetto a valutazione di incidenza ambientale, lo scorso 3 agosto la Regione Lazio ritenne che un impianto del genere non dovesse essere sottoposto a tale procedura, non rappresentando alcun rischio per l’ambiente. Doveva essere il via libera definitiva al dissalatore e alla fine della dipendenza dell’isola dal rifornimento di acqua potabile con le navi-cisterna. Quel provvedimento e quelli che lo hanno preceduto sono stati però impugnati dall’Associazione albergatori di Ventotene, da Antonio Impagliazzo, Michele Bernardi e Antonio Santomauro, tutti impegnati nelle attività turistiche dell’isola.

I ricorrenti, in più occasioni, hanno dichiarato di ritenere l’impianto inutile, perché insufficiente e costoso, e soprattutto una minaccia al delicato ecosistema di Ventotene, sia per gli scarichi in mare che per le immissioni in atmosfera.

Il Tar di Latina, a un primo esame del ricorso, lo ha ritenuto fondato. Meglio: ha riscontrato “apprezzabili motivi di fondatezza”. Secondo i giudici è opportuno sottoporre il progetto alla valutazione di impatto ambientale. Il Tar, ritenendo che la Regione debba rivedere quanto prima il problema della VIA, evitando così inutili perdite di tempo sull’eventuale costruzione dell’impianto, e ravvisando al momento il “danno grave e irreparabile”, ha così sospeso l’ok regionale dell’agosto scorso.

Il caso verrà poi esaminato nel merito il prossimo 21 settembre.

Fonte: H24 Notizie

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Auguri!

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Ormeggi “facili” a Ventotene, condannato l’ex comandante del porto

L'ex comandante del porto di Ventotene Filippo Ciminelli

L’ex comandante del porto di Ventotene Filippo Ciminelli

Accusato di aver rilasciato illecitamente permessi, solo per favorire gli affari di due ormeggiatori dell’isola, l’ex comandante della Capitaneria di porto di Ventotene, Filippo Ciminelli, è stato condannato dal Tribunale di Latina a un anno di reclusione.
Il processo è scaturito da un’indagine compiuta nell’estate di otto anni fa dai carabinieri. I militari dell’Arma controllarono la tipologia di imbarcazioni ormeggiate ai pontili, appurando che erano attraccati lì natanti di lunghezza superiore ai 13 metri, dunque a quella massima consentita nel porto. Gli investigatori scoprirono anche che le deroghe per tali ormeggi, concesse ai pontilisti a Antonella Langella ed Enrico Alleati, erano state disposte dal responsabile della locamare, Filippo Ciminelli appunto. Gli inquirenti si convinsero così che tali autorizzazioni avrebbe favorito un ingiusto profitto patrimoniale ai due ormeggiatori, consentendo loro di aumentare la ricettività delle darsene.
Ipotizzando il reato di abuso d’ufficio, l’ormai ex comandante del porto di Ventotene, Filippo Ciminelli, e gli ormeggiatori Langella e Alleati vennero rinviati a giudizio dal giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Latina, Mara Mattioli.
Gli imputati si sono sempre difesi sostenendo che quei permessi erano stati dati in quanto, in condizioni meteorologiche eccezionali, può essere consentito l’ancoraggio a imbarcazioni superiori ai 13 metri e quelle oggetto dell’inchiesta lo erano. Per i due ormeggiatori non si è arrivati, però, a una pronuncia nel merito, essendo scattata la prescrizione. Ciminelli, invece, difeso dall’avvocato Pasquale Cardillo Cupo, certo di riuscire a dimostrare la correttezza del suo operato, a rinunciato ad avvalersi della prescrizione, volendo essere giudicato. E fino all’ultima udienza l’ex comandante ha tentato di allontanare da sé l’accusa di abuso d’ufficio, sottoponendosi all’esame e depositando gli allerta meteo che erano stati diramati quando lui aveva concesso le autorizzazioni incriminate, specificando che in un caso era prevista addirittura una vera e propria burrasca. Spiegazioni che non hanno però convinto il Tribunale. Il collegio, presieduto dal giudice Pierfrancesco De Angelis, ha così condannato l’imputato a un anno di reclusione.
A Ciminelli non resta ora altro da dare che tornare a dare battaglia davanti alla Corte d’Appello di Roma, impugnando, dopo il deposito delle motivazioni della sentenza, la condanna. “Il comandante è innocente – ci ha dichiarato l’avvocato Cardillo Cupo – e ha persino depositato gli allerta meteo che riportavano condizioni meteo avverse, come quelle di una tempesta in arrivo. Sono certo che sarà assolto in appello”.

Fonte: Latina Oggi

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