Ventotene: pioggia di milioni per il sindaco indagato

Il sindaco di Ventotene Giuseppe Assenso

Quando la cura è peggiore del male.

Il sindaco di Ventotene Giuseppe Assenso è indagato dalla procura di Latina, insieme ad altri amministratori pubblici, per la morte di due bambine innocenti a causa di una frana su una spiaggia a lui ben nota come pericolosa, che aveva il dovere di transennare e mettere in sicurezza, ma dove non c’era neanche un cartello di pericolo.
Questo sindaco amministra da anni un territorio piccolissimo, appena 1,2 Kmq, sede di un parco naturale di cui è il presidente, dove il dissesto idrogeologico è accelerato dagli innumerevoli abusi edilizi in esso perpetrati e mai sanzionati, e dove i soldi per gli interventi di messa in sicurezza non sono mai mancati.
Per anni infatti lavori di “somma urgenza” per milioni di euro – anche a Cala Rossano dove sono morte le bambine – sono stati appaltati dal Comune, e sempre alla medesima ditta edile, la Claudio Santomauro srl, senza mai una gara d’appalto.

Ora in un Paese normale questo sindaco sarebbe già stato rimosso ben prima della frana assassina, o quantomeno subito dopo, avendo ricevuto un avviso di garanzia, si sarebbe dovuto dimettere in attesa del giudizio per rispetto alle famiglie delle vittime,. È una questione di semplice buon senso, ragionevolezza e dignità umana.

E invece ecco che la Regione Lazio e il Ministero dell’Ambiente lo premiano, affidandogli una montagna di soldi (6.400.000 euro) da gestire direttamente e senza controlli, visto che è stato riconosciuto lo stato di calamità e dunque non c’è bisogno di inutili pareri, gare di appalto o trasparenza: il ben noto modello Bertolaso!
La lista dei lavori l’ha fatta il Comune stesso:
• 1.520.000 Euro per il consolidamento falesia di Cala Nave e tratti Marillo al Faro, zia Bettina e Grottone al Marillo);
• 770.000 Euro per la rifioritura del frangiflutti esterno del molo Foraneo al Porto Nuovo e le opere di difesa costiera alla Punta di Mamma Bianca in zona cimitero e elisuperficie;
• 770.000 Euro per il consolidamento della falesia di Parata Grande;
• 670.000 Euro per il consolidamento della parete di Capo Rossano e della scarpata sopra al porto romano in zona Granilli;
• 570.000 Euro per il consolidamento della falesia anche per Cala Battaglia e in località Fontanelle;
• 2.100.000 Euro per interventi di messa in sicurezza di varie zone (slargo via Iacono, via Polveriera, zona Sala polivalente, via Cala Nave, Muro Nuovo, Muro Paratella, muro di fronte acquedotto, Moggio di Terra, terrapieno Calanone).
Ci è voluto molto poco, in quanto gran parte di questi interventi erano già stati finanziati anni prima, ma mai effettuati o fatti male. E così a soldi si aggiungono altri soldi, e gli stessi lavori vengono finanziati due volte.
Tra i prossimi interventi non compare il mega-tunnel da scavare nel cuore dell’isola per favorire il traffico delle macchine e dei camion, uno scempio assurdo fortemente voluto e già approvato dal sindaco Assenso, che gode però di altri finanziamenti ancora.

Questo accade a Ventotene, dove tutti fanno finta di non sapere, o se sanno si guardano bene dal parlare.

Fonte: TeleFree


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Mai più crolli a Ventotene

Isole Pontine Stanziati 25 milioni per l’arcipelago dopo il dramma Ad aprile la caduta di un costone spezzò la vita di due adolescenti

Governo e Regione danno una mano ai dissesti idrogeologici della provincia pontina. Sul territorio di Latina sono in arrivo quasi 25 milioni di interventi per il rischio idrogeologico per un totale di 24 azioni urgenti subito cantierate dopo l’estate a partire da Ponza e Ventotene. Inoltre saranno investiti due milioni di euro per due interventi del programma straordinario per le esondazioni. Si tratta di interventi della massima urgenza soprattutto verso le due isole e che sono il frutto dell’accordo di programma sottoscritto poche settimane fa dal presidente Renata Polverini e dal ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo. Gli aiuti economici rappresentano una risposta concreta dello Stato alla tragedia di Ventotene. Ad aprile due studentesse romane furono travolte e uccise da un costone di roccia che si staccò dalla parete. Proprio facendo riferimento al dramma delle due ragazze, il governatore del Lazio nella sua ultima visita a Latina ha motivato una delle urgenze degli interventi. «Dopo la tragedia di Ventotene – ha infatti spiegato la Polverini – ci siamo impegnati per dare una risposta concreta a quei genitori e a quelle famiglie che chiedevano un impegno forte della politica». Ovviamente isole Ponziane e sud pontino nel suo complesso, sono i territori maggiormente esposti. Nello specifico, per l’isola di Ventotene sono previsti sei interventi (per una spesa di 6 milioni e 400 mila euro). Questi riguardano, in località Cala Nave, il consolidamento della falesia di Cala Nave, nei tratti di Marillo al Faro, zia Bettina e Grottone al Marillo (un milione e 520), la rifioritura del frangiflutti esterno del molo Foraneo al Porto Nuovo e le opere di difesa costiera alla Punta di Mamma Bianca in zona cimitero e eliosuperficie (770 mila euro). In località Parata Grande è previsto il consolidamento della falesia (770 mila euro), così come quelle di Capo Rossano e della scarpata sopra al porto romano in zona Granilli (670 mila reuro). Lavori di consolidamento della falesia anche per Cala Battaglia e in località Fontanelle (570 mila euro) oltre a interventi di messa in sicurezza di varie zone (slargo via Iacono, via Polveriera, zona Sala polivalente, via Cala Nave, Muro Nuovo, Muro Paratella, muro di fronte acquedotto, Moggio di Terra, terrapieno Calanone). Oltre 4 milioni di euro sono invece destinati a coprire i dissesti idrogeologici nelle aree di Gaeta, Formia, Fondi, Itri, Sperlonga, Terracina e San Felice Circeo.

Fonte: Il Tempo

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Ventotene, sub di 71 anni travolto da un gommone

Un anziano romano di 71 anni è stato travolto da un gommone, a Ventotene, mentre si preparava per un’immersione subacquea. L’incidente si è verificato vicino al porto romano: il natante ha ferito gravemente l’uomo all’addome, all’inguine e alle gambe. E’ stato trasportato in eliambulanza al San Camillo di Roma dove ha subito un intervento chirurgico. E’ in corso la ricostruzione dell’incidente.

Fonte: Latina 24ore

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La difesa del sindaco di Ventotene

Di fronte all’evidenza conviene negare, mentire e confondere le acque, ma fino a quando?

Monta la bufera mediatica sul premio che gli amministratori di Ventotene, gli stessi indagati per la morte di due bambine lo scorso aprile sotto una frana,  si sarebbero dati con il Piano Territoriale Paesistico Regionale (PTPR). In pratica i loro immobili – e solo i loro – sparsi sull’isola a macchia di leopardo, potranno legalmente raddoppiare la cubatura  grazie all’approvazione la scorsa settimana del piano casa della Regione Lazio.
Il sindaco Giuseppe Assenso, chiamato in causa in prima persona, ha dichiarato: «Il piano casa  esclude interventi su edifici situati in zone vincolate. Tutta Ventotene è sottoposta a vincolo paesaggistico ed è inclusa nella omonima riserva naturale statale. Il nuovo piano paesistico adottato dalla giunta regionale, è stato oggetto di oltre 200 osservazioni al vaglio della Regione».

La carta del PTPR del Lazio

È vero, il piano approvato in Regione prevede l’esclusione dagli interventi di ampliamento degli edifici situati in zone vincolate, salvo che gli stessi non si trovino in zone già mappate come ‘aree edificate’ dal PTPR, e a Ventotene ne risultano ben cinque, e ottengano il nulla osta dell’ente preposto alla tutela.
Quale ente? La Riserva Naturale Statale il cui presidente è il sindaco dell’isola nonché l’unico rappresentante, visto che dal 1999 non esiste una commissione di parco come invece prevede la legge.
Riguardo poi alle 200 osservazioni fatte al PTPR, duecento richieste di modifica per un territorio di appena 1,2 Kmq, tra esse spiccano quelle fatte proprio dal Comune, che chiede di includere tra le aree edificate anche tutti gli alberghi dell’isola, permettendone in tal modo l’ampliamento e deturpando così ancora di più un territorio che è già al collasso.
Forse dimettersi, come già auspicato dalle famiglie delle vittime di aprile, sarebbe a questo punto l’atto più ragionevole.

Fonte: TeleFree

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Il sindaco: «L’edilizia è vincolata»

Giuseppe Assenso

Il papà di Sara, una delle due ragazze morte a seguito del crollo di un costone dell’isola, ha parlato ieri l’altro delle persone indagate per quei due decessi (fra cui il sindaco), e del fatto che avrebbero dovuto dimettersi dagli incarichi.
Avanzava dubbi poi sulle edificazioni «strane» nel territorio. Riceviamo la lettera del sindaco Assenso che pubblichiamo: «Il piano casa – dice Assenso – esclude interventi su edifici situati in zone vincolate. Tutto il territorio è sottoposto a vincolo paesaggistico nonché è incluso nella omonima riserva naturale statale. Il nuovo piano paesistico adottato dalla giunta regionale, è stato oggetto di oltre 200 osservazioni al vaglio della Regione». Prendiamo atto delle precisazioni del primo cittadino.

Fonte: Il Tempo

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Santo Stefano, archeologia carceraria del penitenziario-teatro (II parte)

La nostra immersione nell’archeologia carceraria del penitenziario di Santo Stefano prosegue con un’immersione nella storia evocata dalle vicende dei reclusi nel carcere borbonico che dal Regno di Napoli e poi dal Regno delle due Sicilie viene adottato anche dal Regno d’Italia e dal regime fascista fino alla Repubblica italiana che negli anni ’60 ne decretò la chiusura.

Veduta frontale del carcere risalendo il sentiero dal lato anteriore

La storia patria si intreccia con la vicenda carceraria

Fu da subito reclusorio per ergastolani, autori dei delitti più efferati, ma anche politici condannati all’ergastolo, nei tempi passati, soprattutto per commutazione della pena di morte. Non potevano sperare nella grazia che interveniva per i detenuti comuni dopo trent’anni di buona condotta, avendone già usufruito con la commutazione. Ma la loro speranza era nei rivolgimenti storici..

Già nel 1799, dopo i moti di Napoli, i primi detenuti politici si aggiunsero alla “parte marcia della società” che vi era rinchiusa, tra loro Giuseppe Settembrini, padre di Luigi Settembrini. Nel 1806, per resistere ai francesi, il re di Napoli accetta l’aiuto di Fra Diavolo che viene nominato generale e arruola i detenuti con la promessa della grazia, il suo tentativo fallisce e viene giustiziato; in quegli anni la stessa cosa avviene per Matteo Manodoro di Pietracamela, anche lui ritenuto bandito nella visione dei giacobini vicini ai francesi, patriota in quella di parte borbonica.

E siamo al 1848, dopo la sconfitta di Murat tornano i Borboni e si costituisce il Regno delle due Sicilie, nel 1817 viene riaperto il carcere di Santo Stefano. Nuovi moti a Napoli, le speranze dei liberali che si affidavano alla Costituzione vengono calpestate, Luigi Settembrini e Silvio Spaventa sottoposti a un processo-farsa, il primo arrestato il 23 giugno 1849 e accusato, come documenta in modo minuzioso lui stesso, di essere capo settario, autore di un proclama e detentore di stampe vietate. L’assurda accusa può essere facilmente smontata ma nel processo del 16 settembre viene sostenuta dalla testimonianza altrettanto assurda – strappata con “stolte e crudeli sevizie” ai compagni di detenzione – che Settembrini aveva ordito in carcere un complotto con una setta rivoluzionaria per uccidere un ministro, il prefetto e il presidente della Corte.

Risultato: condanna a morte, e dopo i drammatici “tre giorni in cappella” – la cella della morte dell’epoca in attesa dell’esecuzione da un momento all’altro – ecco la commutazione delle pena per grazia reale nel carcere a vita al penitenziario di Santo Stefano per intervento del cardinale Cosenza, arcivescovo di Capua, su preghiera della moglie Giulia rivoltasi al vescovo di Caserta.

Un bel salto nella storia ci porta alla reclusione degli anarchici che dopo diversi attentati andati a vuoto riescono ad assassinare Umberto I con i colpi di pistola di Bresci. mandato all’ergastolo di Santo Stefano e dopo quattro mesi trovato impiccato in cella nonostante l’avancorpo militare incaricato di vigilarlo a vista: più che un suicidio forse fu un’esecuzione, ne abbiamo viste simulate in forme analoghe anche nei tempi moderni. Il suo corpo fu seppellito nel piccolo cimitero.

Altro capitolo la detenzione politica degli antifascisti nel ventennio dopo che fu dato alle commissioni provinciali il potere di punire i reati di opinione con diversi gradi di sanzioni, dalla semilibertà al confino nelle isole, dalla sorveglianza speciale al carcere a Porto Longone e Fossombrone, Volterra e Santo Stefano: in questi casi nessun lavoro esterno, cella e ora d’aria con in più misure speciali di isolamento per impedire i contatti: dopo tre anni di segregazione se c’era il ravvedimento si passava alla semilibertà, altrimenti reclusione per altri tre anni

Così a Santo Stefano, oltre ai patrioti del Risorgimento sono stati segregati anche quelli definiti sovversivi nel regime fascista, tra loro Amendola e Pertini il quale ultimo vi soggiornò poco, fu spostato ad altre carceri, tra condanne ed evasioni in Italia, Francia e Svizzera: c’è una lapide all’ingresso del penitenziario che ne ricorda la detenzione nell’isola nel 1929 per tre mesi , cella 36 terzo livello. Anche Terracini, presidente della Costituente, e Scoccimarro, vi furono detenuti.

Alla fine della guerra l’ingresso degli alleati che liberano i detenuti politici, non quelli comuni che fanno una rivolta con a capo Mariani nel novembre 1943, prendono ostaggi 64 agenti di custodia.

Poi nella storia del carcere non più politici ma solo detenuti comuni e il grande esperimento umanitario di Perucatti imperniato su fiducia e rispetto, lavoro per tutti, incontri con le famiglie prolungati per intere ventiquattr’ore, tutela dei carcerati anche rispetto agli stessi agenti di custodia oltre alle strutture ricreative di cui si è detto nella I parte, per la socializzazione e il recupero..

Una visione dell’anfiteatro carcerario

La vita dei detenuti, la memoria diviene storia

Sulle condizioni dei detenuti per il primo periodo della sua storia, quello del Regno di Napoli e poi delle due Sicilie, c’è il diario particolareggiato di Luigi Settembrini a descriverla dall’interno come partecipe di quella sofferenza estrema e insieme osservatore, tanto si sentiva estraneo a una punizione così atroce che molti condannati pluriomicidi sentivano come dovuta e anche meritata.

Il suo racconto è impressionante, riguarda tanti momenti e situazioni. Tutto è sentito come oppressione, anche “il cielo che è terminato dalle alte mura dell’ergastolo, e che come un immenso coverchio di bronzo ricopre il tristo edifizio e ti pesa sull’anima. Se passa volando qualche uccello, oh come lo riguardi con invidia, e lo segui col pensiero e con la speranza stanca, e con esso voli alla tua patria, alla tua famiglia, ai tuoi cari, ai tuoi giorni di gioia e di amore che sempre ti tornano in mente per sempre tormentarti”. E’ solo un piccolo scampolo di miriadi di espressioni altrettanto toccanti, nelle quali non c’è nulla di stantio, è il reportage spontaneo e genuino dall’interno di una realtà nella quale le reazioni non sono scontate, è un terribile esperienza che sorprende anche lui.

A cominciare dalla minuziosa descrizione dei diversi tipi di condanna, se ai ferri o all’ergastolo, indica anche il numero di maglie della catena e la palla di ferro o il puntale legato agli anelli o alle sbarre. La promiscuità è insopportabile, si è a stretto contatto con gente di ogni risma: oltre al compagno di cella di cui abbiamo detto all’inizio, in fondo incolpevole del delitto commesso dal padrone e dai suoi sgherri, c’erano dei veri assassini. Si formavano dei clan spesso di matrice regionale e rischiava anche l’inoffensivo appartenente alla regione di cui ci si voleva vendicare. Misure di afflizione corporale erano previste con fustigazione sotto gli occhi dei reclusi, ma non servivano da monito per tutti, al contrario facevano gioire la fazione avversa al fustigato.

“Ma neppure puoi star molto su questa loggia ingombra di masserizie e di uomini che ti urtano, gridano, vantano, bestemmiano, accendono fuoco, fendono legne: e poi nel cortile non vedi che condannati trascinare penosamente le sonanti catene, spesso vedi lo scanno sul quale si danno le battiture, spesso la barella con entro cadaveri di uccisi. il vento ti molesta, il sole ti brucia, la pioggia ti contrista, tutto che vedi o che odi ti addolora, e devi ritirarti nella cella”.

Dalla padella alla brace, potremmo dire, perché nello spazio di “sedici palmi quadrati, e ce ne ha di più strette”, vi sono nove, dieci e più reclusi: “Sono nere e affumicate come cucine di villani, di aspetto miserrimo e sozzo”. E qui la minuta descrizione dei “letti squallidi, coperti di cenci” con un piccolo spazio residuo e le pareti nere dove sono affastellate le “povere e sudice masserizie; una seggiola è arnese raro, un tavolino rarissimo, è vietato ogni arnese di ferro” e così via, tutto è indicato con precisione in un’atmosfera da tregenda: “pochi fanno comunanza, perché il delitto li rende cupi e solitari: spesso ciascuno accende il suo fuoco, onde esce un fumo densissimo che ingombra tutta la cella e le vicine, ti spreme le lagrime, ti fa uscire disperatamente su la loggia, dove trovi altre fornacette accese che fumano, ed invano cerchi un luogo non contristato dal fumo, che esce dalle porte, dalle finestre, da ogni parte”. E non è tutto: “Qui si vive a discrezione de’ venti e del mare, divisi dall’universo, e soffrendo tutti i dolori che l’universo racchiude”.

Questo per le condizioni materiali, e quelle psicologiche? Anche peggiori, tra urla e grida “che fieramente echeggiano nel silenzio della notte, come ruggiti di belve chiuse”, gemiti e strida con i cadaveri nelle barelle. Fino all’agghiacciante conclusione: “Quando stanco d’ozio, d’inerzia e di noia cerchi un po’ di riposo e di solitudine sul duro e strettissimo letto, mentre dimenticando per poco gli orrori del luogo corri dolcemente col pensiero alla tua donna, ai tuoi figlioletti, al padre, alla madre, ai fratelli, alle persone care all’anima tua, senti il fetido respiro dell’assassino che ti dorme accanto, e sognando rutta e bestemmia”. L’unica salvezza é nella fede: “O mio Dio,quante volte ti ho invocato in quelle ore di angosce inesplicabili; quante notti con gli occhi aperti nel buio io ho vegliato sino a giorno fra pensieri tanto crudeli, che io stesso ora mi spavento a ricordarli”.

Presto interviene la comprensione per i delinquenti e gli assassini con cui deve forzatamente convivere, perché “non sanno quello che fanno” si potrebbe dire, non sono responsabili di azioni frutto dell’ignoranza e della degradazione che sono colpe gravi di chi li ha tenuti in quelle condizioni: “Quando entrai nell’ergastolo gli uomini che qui sono mi facevano orrore, dopo alquanti giorni mi fecero pietà. Sono scellerati, sì, ma perché sono scellerati? Ma essi solo sono scellerati?”

E rivolgendosi a coloro che fanno le leggi e giudicano gli uomini chiede: “Prima che costoro fossero caduti nel delitto, che avete fatto voi per essi? avete voi educata la loro fanciullezza, e consigliata la loro gioventù? avete sollevato la loro miseria? li avete educati col lavoro? avete voi insegnato ad essi i doveri del loro stato? avete loro spiegato le leggi?”. Fino ad esclamare: “Non dite che alcuni uomini non possono correggersi: ma voi li avete prima educati, avete fatto nulla per impedire i delitti? E dopo i delitti avete tentato alcun mezzo per correggerli? Pane e lavoro sono gli elementi di ogni educazione, i mezzi per domare ogni durezza, per mansuefare ogni fierezza”.

Una struttura accessoria

Una lezione di alta civiltà raccolta da Perucatti che vi imperniò l’intero suo sistema carcerario, valida tuttora che l’abbiamo vista riemergere come un reperto prezioso dall’archeologia carceraria.

L’altra grande sofferenza morale è quella della lontananza dai propri cari, per di più in una segregazione senza speranza. Anche qui si nota un’evoluzione quanto mai eloquente, con il tempo lo spirito di sopravvivenza prevale sulla disperazione, pur in un carcere così oppressivo trova il modo di trasmettere e ricevere messaggi segreti dalla moglie, lettere con inchiostro simpatico ed altri accorgimenti, fino alla progettazione di un’evasione mancata a cura del fuoruscito Panizzi.

Torneremo al termine sulla vicenda romanzesca che a un certo punto gli apre le porte della libertà. Ora vorremmo sottolineare che la sofferenza morale la supera nel trasmettere sentimenti in cui l’affetto è un balsamo per le ferite morali nello stesso tempo in cui è una ferita esso stesso.

L’assenza dei propri cari la sente come un dolore lancinante, si rivolge a loro con toni toccanti nel diario e nelle lettere, percorrono l’intera sua vicenda carceraria, sono innumerevoli le espressioni d’amore per moglie e figli negli otto anni di detenzione. Ne riportiamo soltanto una del 17 aprile 1854, dopo i primi quattro lunghi anni da recluso a Santo Stefano: “Ho baciato il tuo ritratto, o mia diletta, ma l’ho baciato segretamente. Gli uomini tra cui sono, se m’avessero veduto m’avrebbero deriso, perché non conoscono la virtù e l’amore. Che nuovo tormento è questo di dover tenere celato come delitto il più sacro, il più casto degli affetti? Ho baciato il tuo ritratto, ho riveduto gli occhi tuoi, ma non sono dessi, non hanno quella luce e quell’amore. Gli occhi tuoi li ho qui nell’anima mia, e qui scintillano come due stelle, e mi spandono una luce soave per tutta l’anima”.

Il piccolo cimitero del carcere

Con il Regno d’Italia le condizioni migliorano, si dimezza la dimensione delle celle e in ognuna un solo recluso, i detenuti sono ammessi a lavorare nel carcere. Dalla promiscuità che generava incidenti anche mortali all’isolamento il miglioramento c’è, pur se si diffonde la depressione.

Ma si deve arrivare a Perucatti negli anni cinquanta del Novecento per avere la svolta umanitaria che abbiamo ricordato parlando delle attrezzature ricreative introdotte nel carcere, alle quali corrispondeva una grande umanità di trattamento. C’erano anche gesti significativi, come il proprio bambino affidato con fiducia a un detenuto pluriomicida, come il matrimonio della figlia all’interno del carcere con un giovane addetto all’amministrazione, tutto documentato da fotografie di allora.

Questa esperienza si protrasse per alcuni anni, tra contrasti e polemiche di ogni tipo dall’esterno, senza che vi fosse neppure il pieno sostegno del personale di custodia che non aveva più la licenza di comportarsi con la durezza di sempre verso i detenuti. Per cui la prima evasione dell’agosto 1956 gli fu addebitata anche se riuscì a superare la crisi, avvenne dal settore lavorazioni, per quindici giorni ricerche infruttuose a Ventotene dove il fuggiasco era approdato a nuoto nascondendosi tra gli scogli, poi l’arresto mentre cercava di lasciare l’sola su un’imbarcazione. Ma Perucatti non superò la seconda evasione dopo due anni, quando i due detenuti evasi non furono ritrovati, anche se si pensa che forse morirono annegati nel tentativo. Il nuovo direttore reintrodusse le severe misure di massima sicurezza ma dinanzi a un carcere ingestibile dovette incentivare la buona condotta: “Il carcere è cambiato, non si torna più indietro”, commenta la guida Salvatore.

La chiusura comincerà nel 1962 e sarà lunga fino all’accelerazione che avvenne alla morte di tre detenuti impegnati a scaricare la merce nell’approdo più periglioso dell’isola; nel 1965 era già semivuota, a parte pochi detenuti per le operazioni di chiusura completate solo nel 1975.

Il carcere fu lasciato incustodito, con l’arrembaggio dei soliti vandali per sottrarre quanto ritenuto utile, le porte furono divelte. Ha bruciato le tappe nel subire la sorte comune ai reperti archeologici, risultati di spoliazioni che nelle antichità hanno riguardato gli stessi materiali da costruzione.

Chiuso e di fatto abbandonato, salvo le visite guidate che ne mostrano al pubblico la deplorevole fatiscenza e rivelano anche per questo verso la scarsa cura che si ha per tutto quanto è storia da rispettare, almeno attraverso un’efficace manutenzione e custodia, e memoria da valorizzare.

Il lato posteriore del carcere

Da Santo Stefano a Ventotene, tra la storia e la natura

La nostra guida Salvatore ha le sue idee in proposito, e le abbiamo riportate all’inizio. Ci auguriamo che qualche idea l’abbia anche chi può porre rimedio a una situazione paradossale: si mostra doverosamente a tutti un pezzo di storia patria e nel fare questo si scopre la scarsità di risorse destinate ai beni culturali e l’assenza di iniziative che possano convogliarvi risorse esterne.

Scendiamo il ripido sentiero verso un approdo diverso da quello dal quale siamo sbarcati con il gommone della barca “Luna” del nostro amico Ciro: questo attracco è più scosceso e periglioso. Ci troviamo ora sull’imbarcazione a motore che si lascia alle spalle Santo Stefano e punta su Ventotene. Al timone Francesco detto Spadino in una fiammante maglietta rossa, a lui ci affida Salvatore che dopo due ore di spiegazioni mantiene tutta la cortesia mostrata nella mattinata.

Ci sembra di rivedere la scena con cui si apre il film di D’Alatri “Sul mare” girato proprio a Ventotene, del quale abbiamo parlato nel servizio del 24 luglio scorso sulla rivista consorella www.amalarte.it. Il motoscafo divora le onde, il porto romano si avvicina. Siamo tornati nell’isola principale, in passato terra di confino per centinaia di perseguitati politici. Il continente è ancora lontano ma non sentiamo il bisogno di tornarci, tanto è bella la natura da queste parti.

E poi si respira la storia ed è un tonico potente, anche nel caldo mese di agosto quando si cerca soprattutto riposo e disimpegno. Ma allorché alla bellezza della natura si aggiunge la suggestione della memoria si può dire di aver fatto il pieno di emozioni. E allora non ci resta che andare nella piazza principale di Ventotene alla libreria “Ultima spiaggia” per prendere il libro di Luigi Settembrini, “L’ergastolo di Santo Stefano”: è la lettura dei giorni che hanno lasciato il segno.

Il sentiero percorso in discesa nel lasciare il carcere dal lato posteriore

Spes contra spem

Questa lettura ci permette di non chiudere la nostra descrizione dell’archeologia carceraria nel segno della reclusione senza speranza, bensì della riacquisita libertà. Che non è stata quella effimera dei detenuti fuggiti alla “Papillon” e poi ripresi oppure scomparsi, ma una libertà vera che venne dal non essersi lasciato piegare dall’inedia cui condannavano i reclusi avendo mantenuto la mente vigile e lo spirito attivo non solo nella traduzione dal greco dei “Dialoghi” di Luciano, pur disponendo soltanto di un minuscolo dizionarietto, ma anche nel descrivere impietosamente le condizioni inumane del carcere e nel tentare, riuscendovi, di trasmettere all’esterno il suo diario insieme alle lettere colme di sentimenti per la propria famiglia, in particolare la moglie e il figlio.

Nelle lettere c’è l’organizzazione del tentativo di fuga cui abbiamo accennato con l’amico Panizzi fuoruscito a Londra dove si era occupato del figlio Raffaele, avviato tra incertezze e contrasti alla carriera di ufficiale di marina; un tentativo al quale il soggiorno nell’infermeria di Santo Stefano forniva punti di riferimento perché poteva vedere il mare e quindi l’eventuale “vapore” liberatore.

Ma soprattutto il suo diario generò un movimento di opinione all’estero contro le condizioni inumane di vita dei reclusi politici, per cui le pressioni di governi quale quello inglese indussero il sovrano a commutare la pena nell’esilio in Argentina per le nozze del figlio Francesco, l’erede.

Si protrasse per due anni questo tira e molla in un’alternanza di speranze e delusioni e anche tra i problemi sollevati dalla compatibilità dell’esilio con le convinzioni politiche: lui non ha dubbi, sarebbe poi ritornato. Finché si imbarca con gli altri esiliati sul vapore che fa scalo a Cadice dove resta a lungo in attesa della nave americana dove avrebbe fatto la seconda parte del viaggio, si parla di almeno 60 giorni di navigazione che era arduo superare nelle condizioni in cui si svolgevano.

Qui la realtà romanzesca prende corpo in una inattesa visita sulla nave di Raffaele nell’elegante divisa da ufficiale di marina: dice di aver saputo per una provvidenziale coincidenza che incrociava nello stesso porto il vapore dei deportati in Argentina ed era venuto a salutare il padre. Sarebbe già molto dopo la reclusione a Santo Stefano, ma è solo l’inizio. Perché non è il caso che lo ha portato a Cadice, e non si trova più sul veliero dal quale era sceso per far visita al genitore allorché salpa sotto lo sguardo triste di Luigi Settembrini che lo vede partire senza sapere quando rivedrà il figlio.

Se lo ritrova tra le braccia appena la nave che lo porterà in Argentina lascia Cadice, e non più come visitatore, ma come finto cameriere che si è fatto assumere con l’intento di dirottarla. E lo fa con determinazione e abilità, usa argomenti molto convincenti non escluso il ricorso alla forza se necessario. Il comandante deve cedere, la nave invece che in Argentina approda in Inghilterra, la terra della libertà. Lui vi si ferma un anno prima di rientrare in patria, la sua odissea è terminata con un dirottamento che anticipa quelli vissuti negli anni recenti, ma allora con alte finalità morali.

Dove nel crocevia di motivazioni generali e personali, politiche e sentimentali, in cui si incrociano i valori etici di libertà con i più puri affetti familiari, la storia di Luigi Settembrini riesce a produrre un capolavoro letterario di umanità e insieme di giustizia in un “happy end” esaltante.

E abbiamo voluto che fosse pure l’“happy end” della nostra visita. Anche da un penitenziario così arcigno e protetto il recluso ingiustamente può trovare la forza e i mezzi per uscire. Il vecchio film francese di Robert Bresson, “Un condannato a morte è fuggito”, lo esprimeva attraverso la ricerca spasmodica senza speranza ma poi coronata dal successo con l’apertura della breccia nella cella impenetrabile; in Settembrini la chiave è stata la forza morale nella resistenza e nella denuncia, con l’aiuto della cultura alla quale non ha rinunciato mai, dai “Dialoghi” di Luciano al diario della vita carceraria nel quale sfogava indignazione e sofferenza, e si rifugiava nei ricordi familiari.

Un insegnamento per tutti. E una conferma, che ci viene dall’immersione nell’archeologia carceraria, della validità del motto che invita a non disperare mai: “Spes contra spem”.

Testo e foto di Romano Maria Levante

Fonte: ArcheoRivista

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Amministratori indagati e premiati

Giuseppe Assenso, Vito Biondo e Pasquale Romano, indagati per la morte di Sara e Francesca e premiati dal Piano Casa della Regione Lazio

È straziante il grido di denuncia che Bruno Panuccio lancia attraverso Facebook. Sua figlia Sara è morta insieme a Francesca Colonnello nel crollo di un costone roccioso a Ventotene solo cinque mesi fa e ieri viene a conoscenza del fatto che gli stessi amministratori che sono indagati per duplice omicidio colposo e lesioni gravissime hanno vinto la lotteria!
Giuseppe Assenso, sindaco dell’isola, Vito Biondo, ex sindaco e Pasquale Romano, responsabile dell’Ufficio Tecnico comunale hanno ricevuto dal P.M. Saveriano della Procura di Latina , insieme ad altri funzionari regionali, avvisi di garanzia per reati molto gravi. Devono rispondere, tra l’altro, di ‘omessa segnalazione del pericolo di crollo esistente nella spiaggia di Cala Rossano e noto dal 2004, omessa trasmissione dei dati geomorfologici all’Autorità di Bacino Regionale, mancata partecipazione, dal 2005, agli incontri tecnici della Regione sul rischio idrogeologico’.
“A fronte di tutto ciò – dichiara il papà di Sara – in un Paese civile tali persone avrebbero dovuto avere perlomeno il buongusto di dimettersi o sospendersi in attesa di giudizio. Oppure essere rimossi temporaneamente o definitivamente da autorità statali superiori, fosse anche per rispetto alle famiglie delle vittime e dei cittadini tutti.
E invece si scopre che tali amministratori, insieme a pochissimi altri notabili isolani, grazie al Piano Casa appena varato dalla Regione potranno aumentare la cubatura delle loro molte abitazioni del 60%, arricchendosi notevolmente in un’isola che vive di turismo (e di affitti). E questo perché il Piano Territoriale Paesaggistico Regionale (PTPR) identifica le loro proprietà (e non altre) come “aree edificabili”, anche se distribuite a macchia di leopardo sull’isola. In pratica dalle carte, consultabili online dal sito della Regione Lazio, risulta che Ventotene, 154 ettari di terra in mezzo al mare, ha ben cinque centri abitati! In questo modo si legalizzano anche gli scempi abusivi perpetrati negli anni passati proprio nelle proprietà dei fortunati amministratori isolani, che evidentemente se ne infischiano altamente – conclude Panuccio – del fatto che l’isola è considerata Patrimonio dell’Unesco e che ospita un parco naturale che forse avrebbe bisogno di maggior tutela”.

Fonte: Il Faro e Il Tempo

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Ventotene: il premio agli amministratori

Bruno Panuccio

Oggi, 6 ottobre 2010, si festeggia nel mondo cattolico San Bruno e quindi è il mio onomastico, non mi aspettavo alcun regalo, anche perché voglia di festeggiare non ne abbiamo dopo la morte di mia figlia Sara, della sua amica Francesca ed il grave ferimento di Athena.
Ma qualcuno si vede la pensi diversamente per cui ho avuto un presente inaspettato e del quale sinceramente avrei volentieri fatto a meno.

A questo punto è mio dovere ricordare i nomi di 3 dei 10 indagati ; per ora; per la tragedia di Ventotene, e le motivazioni di tale provvedimento: è un atto pubblico e quindi non ho alcun timore a divulgarlo.
Il P.M. Vincenzo Saveriano sta indagando i signori:

ASSENSO GIUSEPPE, nato a Ventotene il 11/10/ 1946, quale sindaco di Ventotene dall’Aprile 2005 ad oggi

BIONDO VITO, nato a Ventotene il 04/05/1942 , quale sindaco di Ventotene dal 2004 all’Aprile 2005

ROMANO PASQUALE , nato a Ventotene il 30/11/1955 , quale responsabile dell’Ufficio Tecnico del comune di Ventotene

tutti e tre per:

colpevole omessa segnalazione nelle loro rispettive qualità come sopra specificate del pericolo esistente nella spiaggia di Cala Rossano di Ventotene nonostante il massiccio intervento eseguiti nel giugno 2004 relativo al distacco di parete rocciosa nella medesima zona;

per omessa segnalazione nel gennaio 2007 di pericolo esistente sulla zona che richiedeva consolidamento e riqualificazione della parete tufacea mediante iniezioni cementizie e sistemi di protezione contro fenomeni di distacchi rocciosi

nonché per omessa segnalazione di pericolo di distacco parete rocciosa in zone immediatamente limitrofe nel novembre 2009 a seguito di segnalazione dell’Ufficio locale marittimo di Ventotene.

I predetti indagati non davano riscontro all’invito a partecipare alla Conferenza programmatica predisposta dall’Autorità dei Bacini Regionali del Lazio con note del 14/01/2005, del 08/03/2005, del 26/10/2005, del 16/07/2008 e del 02/02/2009.

La loro mancata partecipazione ovvero l’omessa trasmissione de dati relativi alla spiaggia di Cala Rossano non consentivano ai membri dell’Autorità dei Bacini Regionali del Lazio di avere una completa conoscenza dello stato dei luoghi con conseguente omissione di indicazione della zona quale area a pericolo ovvero di attenzione geomorfologica.

In parole più semplici per noi comuni cittadini :

crolli dove sono morte Sara e Francesca ne erano avvenuti precedentemente e più volte, tanto è vero che ci si era messa mano anche se in maniera non sufficiente, per contro si sono sempre guardati bene dal segnalare il pericolo forse perchè seguendo quello che sarebbe stato il buonsenso i turisti e scolaresche avrebbero scelto altre mete.

Oltre queste colpe presunte hanno disertato omertosamente gli incontri con le autorità della regione per relazionare sullo stato idrogeologico della loro isola, in tal modo del pericolo erano a conoscenza solo gli abitanti del luogo i quali si guardavano bene dal porsi a ridosso delle rocce lasciando il piacere dell’ombra agli ignari visitatori che forse pensavano ad un segno di grande cortesia e generosità da parte degli isolani.
Io ricordo bene che la sera dei funerali il primo cittadino in una trasmissione nazionale dichiarò che mai si sarebbe aspettato un evento del genere e sventolando una cartina nella quale altri signori , anche loro indagati, e dei quali parleremo in futuro, dichiaravano nella loro funzione di periti che la zona era sicura a tutti gli effetti ( chissà mai perché solo le due spiaggette più accessibili e dove c’è uno dei circoli velici più famosi d’Italia fanno eccezione al 95 % dell’isola ritenuta pericolosa e offlimits ).

A fronte di tutto ciò in un paese civile tali persone dovrebbero avere perlomeno il buongusto di dimettersi o sospendersi in attesa di giudizio o essere rimossi temporaneamente o definitivamente da autorità statali superiori fosse anche per rispetto delle nostre famiglie e dei cittadini tutti.

ED INVECE

per sostenere questi tre poveri malcapitati dallo stress di tale vicenda che sicuramente sarà superiore a quello delle famiglie di Sara e Francesca ed anche per aiutarli da un punto di vista economico , gli avvocati costano , e se per loro disgrazia la giustizia italiana li dovesse ritenere colpevoli a livello penale o civile andrebbero incontro a dover far fronte a risarcimenti pesanti il destino benigno ha deciso di dargli una mano .

NON E’ UNO SCHERZO , BASTA NASCERE FORTUNATI

Il nuovo Piano Casa della Regione Lazio appena varato ha individuato a Ventotene altre quattro zone urbanizzate oltre al paese vero, casomai ce ne fosse bisogno in un territorio di appena 154 ettari, dove è possibile aumentare la cubatura fino al 60 % e quindi poter realizzare opere di costruzione di tante belle stanzette da affittare a peso d’oro ai turisti che verranno in futuro, come ben sapete l’isola è piccolissima e per far fronte alla domanda si son già dovuti sacrificare e stringere costruendo abusivamente due case su tre, quindi ora è meglio l’avallo del governo così da poter tacciare le malelingue come me e abbassare la percentuale di opere abusive.

E’ un teorema perfetto : invece di abbattere lo scempio abusivo e ridare all’isola l’antico splendore per cui è tanto decantata, si aumenta il cemento in maniera legale cosicché magari di questo passo, poco a poco, ci sarà solo una casa non censita su tre, è una trovata diabolica, strano non ci abbiano pensato prima.
E quel che è ancora più strano è l’ubicazione di queste zone prescelte, sono sparse qua e là,come si evince dalla cartografia visionabile sul sito della Regione: mica a tutti è riservato il diritto… provate ad indovinare che grande coincidenza è arrivata dal bussolotto della dea bendata.

Ora ve lo spiego io:
– una zona, l’albergo Cala Battaglia è del nipote dell’attuale sindaco il quale ha già collezionato parecchie denunce per abusivismo edilizio, l’ultima appena un mese fa,

– un altra coincide con la proprietà dell’ex sindaco Vito Biondo,

– la terza guarda caso è di proprietà del signor Romano Pasquale, responsabile dell’ufficio Tecnico.

Ma sono gli stessi dell’avviso di garanzia !!!!

Naturalmente non ci si è dimenticati delle proprietà dei vari consiglieri di maggioranza e falsa opposizione, così da continuare allegramente e impunemente nella tradizione della gestione ormai consolidata di Ventotene, infischiandosene altamente del fatto che la stessa è considerata Patrimonio dell’Unesco e all’interno c’è un Parco che forse avrebbe bisogno di maggior tutela.

Non è solo lo sfogo personale di un padre al quale è stata tolta una figlia, non certo per una fatalità, come si vorrebbe far credere, ma la denuncia di una vergogna che spero condividiate il più possibile.

Vi ringrazio dell’attenzione alla lunga lettura, se avete avuto la pazienza di arrivare a queste righe, ma stavolta la sintesi non mi era permessa.

Bruno Panuccio

Fonte: Neuroniattivi

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Ventotene brinda al varo del Piano Casa

La carta del PTPR del Lazio

L’abusivismo edilizio diventa lecito su gran parte dell’isola del cemento.

Solo due giorni fa è stato varato dal governatore Polverini il Piano Casa del Lazio, e a Ventotene sono volati i tappi dello champagne.
Il Piano prevede infatti la possibilità di un aumento nelle cubature degli immobili che può arrivare fino al 60% nelle aree già urbanizzate. E a Ventotene – isola dell’abusivismo, dove due case su tre non sono regolari e dove a causa del gravissimo dissesto territoriale ad aprile sono morte due ragazze di 14 anni – di ‘aree urbanizzate’, oltre al paese vero e proprio, ce n’è altre quattro!
Il Piano Territoriale Paesaggistico Regionale, consultabile online sul sito della Regione, le identifica molto chiaramente, distribuite a macchia di leopardo su un territorio grande appena 154 ettari.
Perché così tante e perché proprio lì, anche a fronte di tantissime altre zone apparentemente identiche?
Per poter comprendere quest’anomalia bisogna vedere chi sono i proprietari.
E così troviamo che una zona, l’albergo Cala Battaglia, è del nipote dell’attuale sindaco, Giuseppe Assenso, che ha già collezionato svariate denunce per abusivismo edilizio, l’ultima delle quali appena un mese fa.
Un’altra corrisponde alle proprietà dell’ex sindaco Vito Biondo e del responsabile della polizia municipale Franco Buono (anche in tali aree sono stati commessi diversi abusivismi). La terza area appartiene al responsabile dell’ufficio tecnico comunale, Pasquale Romano, e a suo fratello (la cui casa è abusiva). Infine la quarta zona è dell’ex vicesindaco Antonio Impagliazzo, e dell’ex assessore all’urbanistica Antonio Santomauro, ed inutile dire che anche in questo caso le condanne per abusivismo edilizio sono fioccate abbondanti nel corso degli anni. Ovviamente anche gli immobili di quasi tutti i consiglieri comunali (siano essi di maggioranza od opposizione) e quelli dei fedelissimi del sindaco rientrano all’interno di una delle ‘aree urbanizzate’.
Alla faccia del parco e della tutela del territorio, che meriterebbe ben altri amministratori!

Fonte: TeleFree

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Santo Stefano, archeologia carceraria del penitenziario-teatro (I parte)

L’archeologia carceraria è storia da rispettare e memoria da valorizzare

Luigi Settembrini, che vi fu rinchiuso per otto anni, scrive che quando vi entrò tra i suoi cinque compagni di cella c’era “un abruzzese di un villaggio presso Teramo, e chiamasi Giovanni”, condannato per complicità in undici omicidi, compiuti dal “signore suo padrone” e dai suoi sgherri, aveva solo bussato alla porta eseguendo l’ordine ricevuto, un superstite dell’eccidio lo denunciò e lui fece i nomi dei colpevoli: sei di loro e il padrone impiccati, “egli con altri dannato all’ergastolo, dove è giunto da pochi mesi”. Questa “ouverture” ci introduce al “teatro” di Santo Stefano.

Ha la forma e la struttura di un vero teatro, la sua planimetria rimpicciolita è perfettamente sovrapponibile a quella del San Carlo di Napoli. I tre ordini di palchi diventano celle poste a semicerchio nella concezione “panottica” tipica del teatro, che assicura visione totale della scena da ogni punto. Me mentre nel teatro la scena è al centro dove convergono gli sguardi dai palchi tutt’intorno, nel carcere è l’opposto, gli sguardi delle sentinelle poste al centro devono potersi diramare verso le celle, tutte sotto continua sorveglianza. Al motivo funzionale di praticità ed efficacia per la vigilanza se ne aggiungeva uno quasi subliminale nella concezione di quell’epoca che per recuperare i detenuti occorreva che le loro menti fossero dominate, e questa struttura lo consentiva; ci volle il direttore Perucatti, del quale parleremo, per sovvertire questi concetti.

Il genio italico ha anticipato il trattato che nel 1791 uscì in Inghilterra sulla concezione “panottica” a visione totale del carcere: la progettazione fu dei due principali tecnici dei Borboni, Francesco Caffi ingegnere con Antonio Winspeare maggiore del genio, che avevano partecipato al progetto urbanistico di Ventotene, per il porto, le rampe di accesso e la strada fino al Forte. Il progetto, iniziato nel 1786, si concluse nel 1790 con la costruzione durata 7 anni; nel 1797 fu inaugurato ufficialmente, ma l’utilizzazione iniziò subito con la manodopera carceraria impegnata nei lavori.

Visione di una parte dell’anfiteatro carcerario

Queste sono le prime notizie che ci dà la nostra guida, Salvatore Schiano di Colella, in una visita di due ore che diventa una carrellata su quasi due secoli di storia patria, il carcere è stato chiuso negli anni sessanta dopo le evasioni degli ultimi anni degne di Papillon utilizzate anche come pretesto per estromettere il direttore che aveva ispirato la sua gestione all’umanità e al dettato costituzionale. E’ un vero viaggio nel tempo dove la storia si collega alla sociologia, la politica al costume, nelle parole della guida dalle quali traspare partecipazione personale e, perché no, affetto per quel pezzo di storia d’Italia che mostra anche – questo l’esordio di Salvatore – come “da un ordine e una pulizia estrema si può passare a un disordine e un degrado altrettanto estremi”.

Ed è una denuncia che ci sentiamo di fare: come viene rispettata e valorizzata l’archeologia industriale – il “Lingotto” di Torino è solo il più evidente di una miriade di esempi – così non si giustifica il colpevole abbandono dell’archeologia carceraria, una struttura che oltre al doveroso rispetto per la storia in essa racchiusa è meritevole, oltre che suscettibile, di valorizzazione sul piano culturale, come altre strutture dismesse, da Procida all’Asinara che non vanno abbandonate. Non si accampi la solita scusante della carenza di risorse, adeguate sponsorizzazioni potrebbero farle affluire in modo adeguato, basta uscire dall’inerzia e produrre idee costruttive; crediamo che non tarderebbero risposte in grado di tradursi in iniziative concrete o almeno di proporre altre soluzioni.

Per Santo Stefano, alla guida Salvatore le idee non mancano e lo dice senza esitazioni pressappoco così: “Potrebbe divenire un grande museo sull’evoluzione dei diritti umani. In aggiunta potrebbero esservi ospitati laboratori di ricerca, la piccola isola è una riserva naturale dove si possono rivitalizzare le colture. Una foresteria per ricercatori e personale e anche un piccolo albergo dov’era la residenza del direttore sono ulteriori componenti di questa o di altre idee per utilizzare una così grande struttura carica di storia che va salvata dal degrado”.

Ci espone queste idee al termine della visita, mentre con una accorta regia mostra grandi fotografie di quando il penitenziario era in attività, veramente “ordine e pulizia estrema” almeno esteriore, muri bianchi con le arcate in vista e la disposizione degli altri blocchi oltre al ferro di cavallo del carcere simili a quelle residenze coloniali viste in molti film di ambiente esotico.

E non abbiamo ancora parlato dello spettacolo incantevole che si gode dello sperone su cui si vede “grandeggiare l’ergastolo, che per la sua figura quasi circolare sembra da lungi un’immensa forma di cacio posta su l’erba”, scriveva Luigi Settembrini raccontando minuziosamente il suo approdo nel 1851: ”Per iscendere sull’isola si deve saltare su uno scoglio coperto d’alga e sdrucciolevole. Cominciando a salire per una stradetta erta e scabrosa”.

Segue la descrizione di un’isola che non c’è più, non soltanto nel negativo del penitenziario ora chiuso e in rovina, ma neppure nel positivo delle coltivazioni, tornata com’è allo stato di abbandono preesistente al carcere: “Sino a pochi anni addietro l’isola era tutta selvaggia ed aspra; ora è coltivata, tranne una ghirlanda intorno, dove tra gli sterpi e le erbacce pascono le capre pendenti dalle rocce, sotto di cui si rompe il mare e spumeggia. Su la parte più larga e piana del monte sorge l’ergastolo”, scrive sempre Settembrini.

Avevano diversi approdi – dice la guida Salvatore – il Marinella per i velieri e le barche che portavano merci, e il n. 4 per i detenuti e persone con merci alla rinfusa. Poi tre di emergenza, un porticciolo non agibile, la “vasca azzurra” nella roccia vulcanica, l’“approdo del burrone”.

Uno scorcio ravvicinato dell’anfiteatro

L’arrivo nel penitenziario

Ci guardiamo intorno, cerchiamo di immedesimarci nell’arrivo dei condannati, la scena che si presentava loro è la stessa a parte il colore del muro, oggi annerito: “Il gran muro esterno dipinto di bianco e senza finestre, è sparso ordinatamente di macchiette nere, che sono buchi a guisa di strettissime feritoie, che danno luogo solo al trapasso dell’aria”.

Il condannato non poteva godere dello spettacolo della natura, e noi che abbiamo di fronte la bellezza del mare e la nera sagoma del penitenziario possiamo apprezzare le parole di Settembrini: “Non si può dire che tumulto d’affetti sente il condannato prima di entrarvi: con che ansia dolorosa si sofferma e guarda i campi, il verde, le erbe e tutto il mare, e tutto il cielo, e la natura che non dovrà più rivedere; con che frequenza respira e beve per l’ultima volta quell’aria pura; con che desiderio cerca di suggellarsi nella mente l’immagine degli oggetti che gli sono intorno”.

Quindi la descrizione degli edifici dopo la “terribile porta”: un casolare sulle rovine della Villa Giulia di Santo Stefano, dependance della grande Villa Giulia che a Ventotene divenne quasi un carcere a sua volta, o meglio un luogo di espiazione per le imperatrici cadute in disgrazia in un vero paradiso della natura; un recinto con le croci del “cimitero dei condannati”; la “casetta del tavernaio divenuto coltivatore dell’isola”; e poi, “un edificio quadrangolare sta innanzi l’ergastolo, e ad esso è unito dal lato posteriore”.

Due torrette agli angoli, cinque finestre e la porta di ingresso con la sentinella, dove non c’è scritto “perdete ogni speranza o voi che entrate”, non sono degni neppure di questo, ci si rivolge alla società affermando che “finché la santa Legge tiene tanti scellerati in catene, sta sicuro lo Stato e la proprietà”, e lo si fa in latino: “Donec sancta Themis scelerum tot monstra catenis vincta tenet, stat res, stat tibi tuta domus”. Commenta amaramente Settembrini: “Parole non lette o non capite dai più che entrano, ma che stringono il cuore del condannato politico e lo avvertono che entra in un luogo di dolore eterno, fra gente perduta, alla quale egli viene assimilato. Bisogna avere gran fede in Dio e nella virtù per non disperarsi.

Le singole arcate con le celle

Poi un cortile quadrilatero circondato dalle abitazioni dei sorveglianti, con magazzino, forno e taverna: Settembrini descrive il personale, oltre al comandante, ufficiale di marina e al suo aiutante detto “comite”, “pochi caporali, e bastevol numero di aguzzini; un altro ufficiale comanda un drappello di soldati, i quali guardano l’esterno. Vi sono anche due preti, due medici,un chirurgo e tre loro aiutanti; v’è il provveditore e il tavernaio”. Un microcosmo che si è profondamente modificato nel tempo, ma di cui è illuminante riscoprire la consistenza nella fase storica iniziale.

La descrizione dell’ingresso nel carcere si fa incalzante: gli “agozzini coi loro fieri ceffi” perquisiscono e tolgono la catena ai condannati all’ergastolo, la controllano ai condannati ai ferri, poi la registrazione e le prescrizioni del comandante “dopo averti biecamente squadrato da capo a piè”, se si violano “vi sono le battiture e la segreta”. Si attraversa un secondo androne, un custode apre il cancello sul ponte levatoio che fa superare il muro con la palizzata e il fossato, “varchi il ponte ed eccoti nell’ergastolo. Immagina di vedere un vastissimo teatro scoperto, dipinto di giallo, con tre ordini di palchi formati da archi,che sono i tre piani delle celle dei condannati; immagina che in luogo del palcoscenico vi sia un gran muro… che nel mezzo di esso muro in alto sta una loggia coverta, che comunica con l’edificio esterno, e su la quale sta sempre una sentinella che guarda, e domina tutto in giro questo teatro; e più su in questa gran tela di muro sono molte feritoie volte ad ogni punto. Così avrai l’idea di questo vasto edificio”.

Abbiamo voluto descrivere l’impressione provata entrando nel complesso con le parole di Settembrini nelle quali l’ansia e l’angoscia non celano lo stupore. Lo stesso devono aver provato, pur se si sono aggiunte costruzioni e si sono modificati gli accessi, i detenuti delle epoche successive, in particolare i politici dinanzi all’iscrizione all’ingresso e alla spettacolare scenografia dell’anfiteatro carcerario di forma teatrale. In noi non c’è l’ansia e l’angoscia nell’entrare ma certamente lo stupore. Ansia e angoscia verranno dinanzi ai particolari della vita carceraria.

C’erano 99 celle, 33 per ognuno dei tre piani, tutte per gli ergastolani tranne metà delle celle del primo piano per “un centinaio di condannati ai ferri -scrive Settembrini – nell’altra metà del primo piano i più discoli, nel secondo i meno tristi, nel terzo quelli che han dato pruova di essere rassegnati”, il pensiero va alle tre cantiche dantesche. In alto “una loggia scoperta che gira innanzi tutte le celle”, invece dei trentatre archi di ciascuno dei due piani inferiori; nel terzo piano le undici ultime celle sono per l’infermeria “e queste sole invece di buchi esterni hanno finestrelle ferrate, dalle quali si può vedere un po’ di verde e la vicina Ventotene, hanno invetriate e pareti bianchi”.

Un paradiso che Settembrini dopo essere stato all’“inferno” poté sperimentare descrivendo in modo straordinario ciò che vedeva, fino a scrutare il mare in attesa del vapore che “deve il giorno prefisso comparire da Capo Circiello, accostarsi a Ventotene. Se viene da altra parte non possiamo vederlo”, questo nel progetto della fuga non avvenuta, la liberazione avverrà in modo altrettanto romanzesco.

E’ il momento di entrare nell’anfiteatro, all’interno dello spettacolare ferro di cavallo; prima occorre superare l’ingresso dov’era la recinzione con il ponte levatoio che veniva alzato un’ora prima del tramonto dando la sensazione del totale isolamento, “un’isola nell’isola”, la definisce Settembrini che aggiunge: “Quando è abbassato sempre aspetti e sempre speri, alzato non più aspetti né speri”.

E non è soltanto la prima impressione, se l’8 febbraio 1955, dopo quattro anni di reclusione, scriveva: “Oh come mi ha trasfigurato l’ergastolo! Alle pene fisiche mi sono già abituato: alle pene morali non mi abituerò giammai, soccomberò sì ma combatterò sempre, mi difenderò sempre il cuore, che è la mia rocca, la mia inespugnabile fortezza. Oh povera mente, povero cuore mio, quanti nemici assaltano l’uno e l’altra! Mi viene a piangere quando riguardo me stesso, e miro la mia mentale e morale . No, no, non mi vincerete: io combatterò sino all’ultimo , finché mi palpiterà il cuore. Oh tremendo ergastolo! Oh angoscioso ergastolo che mi squarci tutte le fibre della vita. Oh, mi si spezzasse il petto, e la finissi una volta per sempre!”. Disperazione che supera ogni qualvolta si ripresenta in un percorso psicologico e umano esemplare e illuminante.

In ogni cella erano rinchiusi da 6 a10 ergastolani, negli 11 metri quadrati e anche meno di superficie dovevano restarci per l’intera giornata, a parte l’ora d’aria nella quale potevano vedere soltanto il cielo e non l’esterno. Quindi le 99 celle contenevano 900-1000 detenuti che potevano cucinare all’interno della cella con le fornacette, la conseguenza era un denso fumo nero che la particolare struttura riversava tutto all’interno rendendo l’aria irrespirabile, ci torneremo.

La finestra con le sbarre si trovava sopra la porta e non c’era, quindi, circolazione d’aria. Soltanto una parte delle celle all’ultimo piano aveva l’apertura sull’altra parete, ma era in alto e a bocca di lupo per cui non si poteva vedere l’esterno; quelle dell’infermeria, con la vista sull’esterno verso Ventotene erano l’eccezione, e abbiamo detto che Settembrini vi soggiornò per un breve periodo.

Padiglioni per la direzione e il personale

L’evoluzione nel tempo del carcere per ergastolani

Regno di Napoli, poi delle due Sicilie, e Regno d’Italia, regime fascista e Repubblica italiana, la storia fa passi da gigante e il penitenziario di Santo Stefano non rimane fermo. Non solo nella struttura, con molte aggiunte e modifiche, ma soprattutto nel trattamento dei detenuti. E di questo vogliamo parlare mantenendo sullo sfondo i mutamenti epocali che si sono verificati nel tempo.

L’interesse per l’isoletta, come per Ventotene, risale ai tentativi di colonizzare le isole pontine a cominciare da Ponza dove nel 1738 Carlo III insedia coloni per sottrarla allo Stato Pontificio; per Ventotene si tentò l’“esperimento Russeaux”, nel 1768 vi furono insediati 200 uomini e donne di malaffare secondo la teoria del “buon selvaggio”, ma fu dichiarato fallito dal vescovo di Gaeta nel 1771 perché “vivevano in nequizia” una “vita libertina”, sono rispediti a continuarla nei luoghi di origine. “Tre anni sono troppo pochi per un simile esperimento, e poi non è il vescovo il più adatto a giudicare”, così il commento di buon senso di Salvatore. Il sovrano non demorde, nel 1772 un Editto reale trasferisce a Ventotene contadini e pescatori di Napoli.

Ma torniamo a Santo Stefano, la decisione del 1786 di progettare un carcere per portarvi la “parte marcia della società” deriva anche dalla sua conformazione vulcanica con le coste scoscese, facile da controllare. La struttura “panottica” faceva il resto, con una torretta al centro dove c’è anche una cappellina. Nell’avancorpo gli ambienti per la guarnigione militare, la costruzione originale senza aggiunte è in rosa, vivevano in locali così ristretti che la condizione dei custodi non era molto diversa da quella dei detenuti. Già con il Regno delle due Sicilie si provvide ad ampliare alcune strutture per renderle meno invivibili.

Ma fu con il Regno d’Italia che si concessero maggiori spazi a tutti e le condizioni di vita divennero meno severe, gli agenti di custodia potevano anche recarsi a Ventotene, dove peraltro non c’erano particolari diversivi. Furono fatti numerosi lavori edili, che vengono descritti uno ad uno dalla guida Salvatore, ma si tratta di aggiunte e modifiche a una struttura che resta la stessa. In particolare garitte per le sentinelle, prima c’era l’anomalia che i sorveglianti dovevano stare all’addiaccio mentre i detenuti erano al coperto in celle prima comuni poi dimezzate e singole.

Con la Repubblica italiana negli anni ’50 si compie un vero balzo in avanti, arriva un direttore così illuminato da fornire il carcere di servizi ricreativi che non c’erano neppure a Ventotene: una sala cinema, poi anche una sala Tv, un campo di calcio, fino alla pista per go kart. L’approvvigionamento di acqua con navi cisterna era così regolare e abbondante che paradossalmente da Ventotene ci si rivolgeva spesso a Santo Stefano.

Il campo di calcio realizzato dal direttore Perucatti

La figura del direttore illuminato rischiara per un po’ l’immagine cupa del carcere, si chiamava Eugenio Perucatti, e le sue non erano iniziative estemporanee. Ne avremo la prova nella libreria “Ultima spiaggia” della piazza di Ventotene, che espone in una valigia di fibra, con libri rari d’epoca non in vendita, un vero trattato di 560 pagine edito dallo stesso Perucatti nel 1956 dal titolo di per sé eloquente “Perché la pena dell’ergastolo deve essere attenuata”, che descrive analiticamente il suo “metodo”. La valigia è alla sommità di una preziosa isola libraria con le memorie dei condannati al confino nell’isola, primo tra essi Altiero Spinelli e il suo “Manifesto di Ventotene” con Ernesto Rossi e altri; e anche con scritti sul carcere di Santo Stefano, in particolare quello dell’anarchico Alberto Marini e del patriota Luigi Settembrini, entrambi pubblicati meritoriamente nel 2009 e 2010 dalla libreria a cura dell’Editrice omonima “Ultima spiaggia”. C’è pure un voluminoso tomo su Gaetano Bresci, autore dell’attentato riuscito alla vita di Umberto I .

Abbiamo detto dei servizi ricreativi introdotti da Perucatti, e come abbiamo citato all’inizio il cartello ricordato da Luigi Settembrini non possiamo non citare quelli introdotti dal direttore umanitario. In progressione si incontrano le scritte “Questo è un luogo di Dolore”, poi “Questo è un luogo di Espiazione”, infine “Questo soprattutto è un luogo di Redenzione”. Finché si giunge a “Piazza della Redenzione”, c’erano anche immagini del Redentore e di san Giuseppe. “Ogni luogo e ogni tempo sono adatti ad adoperarsi nel bene” si legge, il carcere con Perucatti ha cambiato davvero pelle in omaggio al dettato costituzionale dell’articolo 27 che ne fa un mezzo per la rieducazione del condannato possibile pure in una struttura creata con l’impostazione opposta.

Salvatore si diffonde sulla questione della coltivazione dell’isola, dal 1832 per conto della Real Marina fino al 1931 allorché fu data in enfiteusi a due famiglie di contadini con la relativa casa colonica: si produceva per l’autoconsumo anche con il lavoro dei detenuti, la manodopera carceraria a basso costo rendeva economica la produzione; ora non é più così, già prima della definitiva chiusura del carcere i quasi 30 ettari dell’isola sono tornati incolti, destino del resto comune a tanta parte delle nostre campagne. Si parla di una richiesta di 22 milioni di euro, rimasta senza seguito, l’handicap è la mancanza di sorgenti d’acqua e anche un eventuale dissalatore richiederebbe di rifare il sistema idrico a costi proibitivi; quando l’isola era in attività sopperiva con una-due navi cisterna al giorno e con due grandi cisterne che raccoglievano l’acqua piovana.

La visita prosegue nelle strutture esterne all’anfiteatro, vediamo dov’era lo spaccio e dove le visite dei familiari, la chiesetta e la cupoletta. Si stringe il cuore nel vedere l’orto botanico divenuto un intrico di vegetazione selvaggia e il campo di calcio irriconoscibile per le erbacce che lo hanno invaso, si distingue per gli alti muri che lo circondano, immaginiamo avesse fatto la gioia dei detenuti. Poi il cimitero che guarda verso Ventotene, ci sono 47 tombe con le salme non richieste dalle famiglie, certo nel passato meno vicino non avveniva mai, spesso ai carcerati non restava nessuno e comunque la traslazione era difficile e costosa, anche Bresci sembra vi sia sepolto.

Ma non è questo il vero contenuto della visita. Come in ogni visita archeologica – e lo è anche l’approdo a Santo Stefano – ciò che conta è soprattutto quello che non si vede e si deve ricostruire, evocato dai resti in evidenza. Ebbene, c’è tanto da ricostruire ed evocare, in termini di storia patria e di umanità senza tempo e senza confini. Proseguiremo nel prossimo “venerdì di Archeorivista”.

Testo e foto: Romano Maria Levante

Fonte: ArcheoRivista

[NdR: Per saperne di più: Ass.ne Terra Maris. 2010. Santo Stefano: isola e carcere. DVD. Euro 15,00. Acquistabile presso la libreria L’Ultima Spiaggia, Piazza Castello – Ventotene.]

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