Crollo a Ventotene, Procura accerta colpe dell’amministrazione isolana

Sara Panuccio e Francesca Colonnello

A sette mesi esatti dalla morte di Sara Panuccio e Francesca Colonnello, uccise a 14 anni da un masso crollato sulla spiaggia di Cala Rossano dove si trovavano in gita scolastica, i periti della Procura di Latina hanno accertato che gli amministratori isolani non hanno mai fatto nulla negli ultimi dieci anni per la messa in sicurezza del loro fragilissimo territorio.
Ciò nonostante i moltissimi segnali di pericolo, i crolli succedutisi nel tempo e i fondi ricevuti, a scapito dell’incolumità della popolazione. Per questo la Procura rinvierà a giudizio, tra gli altri, il sindaco Giuseppe Assenso, che ancora oggi parla di ‘tragica fatalità’ e che amministra direttamente i 6,4 milioni di euro che la Regione e il Ministero dell’Ambiente hanno stanziato per sicurezza del territorio.

Fonte: GolfoNews

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Crollo a Ventotene, la perizia-verità

Il sindaco di Ventotene indagato Giuseppe Assenso

La morte di due ragazzine di 14 anni d’età sotto la frana di Cala Rossano, vista dalla lente delle relazioni tecniche, rischia di diventare ancora più straziante di quanto non lo sia nella realtà. La crudezza dei rilievi degli specialisti mette con le spalle al muro il Comune di Ventotene, se non giuridicamente – ma sarà un tribunale a stabilirlo – almeno moralmente, circa le responsabilità dell’ente sull’accusa di non avere messo in campo azioni a limitare il rischio di crolli delle pareti rocciose dell’isola. Infatti, a quanto risulta i tre consulenti (Albino Lembo-Fazio, Massimo Amodio e Dario Tarozzi) del Pubblico ministero Vincenzo Saveriano hanno rilevato un’assenza costante dell’ente locale nella burocrazia della difesa del territorio. La zona di Cala Rossano non è mai stata classificata come pericolosa almeno dai carteggi in Regione fino al 2001, cioè l’anno in cui i funzionari e tecnici della Pisana iniziarono ad avere colloqui con i tecnici dei singoli Comuni per evidenziare le criticità ambientali. Nessun intervento di difesa del suolo fu previsto per Ventotene. La burocrazia va avanti e nel 2003 questa famosa Autorità dei Bacini regionali avvia l’approvazione del Piano di Assetto idrogeologico (Pai). Cioè, il documento che ad oggi individua le zone pericolose. Per esempio, indica il 95% della costa di Ventotene come pericolosa (tanto che esistono dei cartelli di divieto) e nel rimanente 5% sicuro c’è proprio Cala Rossano. Un aspetto che all’indomani della tragedia ha fatto arricciare da subito il naso agli inquirenti. Che si sono andati a studiare l’iter di questo «Pai». Ecco, allora che salterebbe fuori l’assenza costante del Comune di Ventotene nel far pervenire all’ente regionale ogni tipo di informazione. Certo, la documentazione stilata dagli specialisti romani poteva anche andar bene così com’era. Solo che nel 2004 fu segnalata una frana proprio in prossimità di Cala Rossano. Si attivò l’ex Genio Civile per una serie di interventi. Ma da quel momento fino al 2006 quando il Pai è adottato e pubblicato dal Comune di Ventotene non è mai stato indicato nulla all’Autorità di Bacino. Un comportamento tenuto anche negli anni successivi perché, a quanto risulta, secondo i consulenti della Procura nel 2009 nessun rappresentante del Comune isolano partecipò alle riunioni per l’adozione del Progetto di Piano Stralcio per l’assetto idroeologico. I famigliari di Sara Panuccio e Francesca Colonnelli, le due vittime, hanno sempre sostenuto che la tragedia si poteva evitare. I consulenti dicono solo – basta fare anche una semplice ricerca in Internet – che le falesie sono destinate a franare progressivamente fino a quando lo decide la natura. L’uomo può solo giocare d’anticipo.

Fonte: La Provincia

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Blitz del Comune, stop del Tar

Il Municipio di Ventotene

Prima vittoria al Tar di Latina per un operatore di Ventotene, che si era visto acquisire al patrimonio del demanio marittimo una «catenaria» e dei «corpi morti» – strumenti utili a far ancorare le imbarcazioni – che sarebbero stati trovati posti fuori dall’area in concessione nel corso di un sopralluogo di polizia demaniale. Enrico Alleati aveva presentato ricorso al Tribunale amministrativo contro la determinazione presa dal Comune, relativa alla concessione demaniale a lui rilasciata dalla Capitaneria di porto il 21 aprile 2005, e in precedenza aveva presentato un’istanza all’amministrazione comunale. I giudici hanno ora accolto la sospensione del provvedimento impugnato e fissato la trattazione del ricorso nel merito all’udienza del 26 maggio 2011. Tutto sospeso dunque fino alla discussione davanti al Tribunale amministrativo regionale di Latina il prossimo anno.

Fonte: La Provincia

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Crollo di Ventotene: tutte le colpe

Cala Rossano, dove sono morte Sara e Francesca

Consegnate le conclusioni dei periti della Procura sulla spiaggia di Cala Rossano

Ora la battaglia giudiziaria sulla frana di Ventotene dell’aprile scorso, in cui morirono due ragazze, continuerà fatta a colpi di perizie e dati scientifici che solo gli addetti ai lavori saranno in grado di comprendere. Proprio nei giorni scorsi i consulenti tecnici della Procura hanno depositato la loro relazione sulle cause – e non solo – della frana di Cala Rossano. Per assurdo, il tratto di spiaggia dell’Isola di Ventotene considerato sicuro dalle carte regionali, mentre si è rivelato quello in cui hanno perso la vita Sara Panuccio e Francesca Colonnelli, entrambe di 14 anni d’età, sull’isola per una vacanza-studio, mentre sono rimasti serimente feriti altri due ragazzi. Sul tavolo del Pubblico ministero Vincenzo Saveriano è finita dunque una corposa relazione di un centinaio di pagine più altrettanti allegati tra rilievi fotografici e cartografici. A firmare la consulenza il professor Albino Lembo-Fazio, docente di geotecnica all’università di Roma 3, il geologo Massimo Amodio e il geometra Dario Tarozzi. A loro il Pm aveva chiesto di individuare le cause del crollo e di analizzare una notevole documentazione amministrativa per comprendere se la frana di Cala Rossano poteva essere un evento ragionevolmente prevedibile e se ci sono state o meno omissioni. A quanto risulta, sono state evidenziate le discrepanze emerse già nella prima fase d’indagine. Cioè quelle relative ai dati inviati in Regione per l’elaborazione del Pai (il Piano di Assetto idrogeologico), in cui il 95% del periplo è considerato a elevato rischio di frana. Tra le parti sicure quella di Cala Rossano. Un aspetto che non ha convinto da subito gli inquirenti. A maggior ragione dopo aver raccolto i «ricordi» degli isolani che riportano all’inverno 2004, quando si verificò una frana, uno smottamento da un costone, proprio vicino Cala Rossano. Poteva essere quello un segnale da prendere in considerazione ai fini delle misure di sicurezza eventualmente da adottare per quella spiaggia? Più di qualche isolano ricorda che furono eseguiti dei lavori per la sicurezza e apposti dei cartelli di divieto. Ma da allora ne è passato di tempo. Intanto, il Pm ha iscritto nel Registro degli indagati dieci persone con l’accusa di concorso in duplice omicidio colposo e lesioni gravi. Si tratta di Bruno D’Amato Bruno, che fino al 1 aprile scorso ha ricoperto la carica di segretario generale dell’Autorità di Bacino del Lazio, difeso dall’avvocato Alberto Biffani; i funzionari regionali Olimpia De Angelis, Umberto Federici, Guglielmo Quercia, Antonio Graziani (tutti difesi dall’avvocato Valeria Simeoni); Marcello Zevini, difeso dall’avvocato Antonio Feroleto; l’ex sindaco di Ventotene Vito Biondo, difeso dall’avvocato Giovanni Lauretti; l’attuale sindaco Geppino Assenso, difeso dagli avvocati Michele Saponaro e Renato Archidiacono; e infine Pasquale Romano, responsabile dell’area tecnica del Comune di Ventotene, difeso dall’avvocato Luca Scipione.

Fonte: La Provincia e Latina Oggi

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Snip e Snap: a rischio i servizi per le isole

Problemi per i dipendenti della società di navigazione Snip e Snap che garantisce i collegamenti con Ponza e Ventotene che sono da cinque mesi senza stipendio perché la Regione Lazio non ha mai erogato i contributi previsti dal contratto.

I cinquantadue marittimi dipendenti delle società di navigazione Snip e Snap che, oltre al collegamento passeggeri con il continente, assicurano il trasporto dei servizi speciali (rifiuti, gasolio, benzina e gas) sulle isole di Ponza e Ventotene, sono da cinque mesi senza stipendio, a causa della mancata erogazione alle due società, da parte della Regione Lazio, dei contributi bimestrali previsti dal contratto d’appalto e fermi al giugno scorso. Una situazione divenuta, ormai, insostenibile, tanto che i sindacati, a cominciare dalla Filt-Cgil trasporti di Latina hanno dichiarato lo stato di agitazione del personale che sfocerà, a partire dalla prossima settimana, nel fermo in porto delle tre motonavi: «Carloforte», «Rio Marina» e «Maria Maddalena», con il conseguente blocco dei collegamenti. Al fine di scongiurare tale pericolo, il presidente delle due società di navigazione Snip e Snap, Guido De Martino, ha rivolto un disperato appello all’assessore regionale alla Mobilità, Lollobrigida, al Prefetto di Latina, D’Acunto ed ai sindaci di Ponza e Ventotene, Porzio ed Assenso, affinché intervengano, nell’ambito delle rispettive competenze, «per risolvere un’emergenza che, al momento, ha dinanzi a sè una strada obbligata: il fallimento delle nostre società di navigazione, il blocco dei servizi nelle isole e decine e decine di famiglie sul lastrico». Nonostante le ripetute assicurazioni fornite, scrive, infatti, De Martino, «la Regione Lazio non ha ancora erogato le spettanze relative alle ultime bimestralità e ciò sta pregiudicando, ulteriormente, la già precaria situazione economico-finanziaria delle società Snip e Snap che, come ampiamente documentato con nota del settembre scorso, presenta un incremento aggiuntivo dei costi quantificabile in ben 951 mila euro, per il solo periodo agosto/dicembre 2010». Oltretutto, Snip e Snap si trovano nell’assoluta impossibilità di ottenere ulteriori finanziamenti, poiché le banche lamentano il mancato accredito dei fondi regionali, costituenti garanzie a precedenti fidi, per cui, il presidente De Martino sollecita l’immediata erogazione delle somme dovute, per scongiurare ulteriori disagi alle popolazioni isolane.

Fonte: Il Tempo

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Solidarietà a Roberto Saviano

Roberto Saviano

“La lotta alla mafia non può essere una distaccata opera di repressione di magistratura e forze dell’ordine ma deve essere un movimento culturale, morale, persino religioso che parte dal basso”

Rita Borsellino

Contro tutte le mafie ora come due anni fa “SIAMO TUTTI SAVIANO“!

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L’atlante del Malpaese. Così si sfregia la nostra Italia

Il carcere di S. Stefano - Ventotene

Il  degrado dei beni artistici e architettonici, dal carcere di Ventotene alla Domus romana di Pesaro. Dopo il crollo di Pompei, sono centinaia le immagini inviate dai lettori al nostro sito per segnalare monumenti da salvare. Una galleria degli orrori per denunciare l’incuria, l’inefficienza e l’incompetenza delle istituzioni. In un’Italia che spesso spera solo nel miracolo.

C’è lo storico e scenografico carcere di Ventotene, costruito dai Borboni alla fine del Settecento, dove il fascismo rinchiuse il futuro presidente della Repubblica, Sandro Pertini, insieme a Umberto Terracini, Giorgio Amendola, Lelio Basso e dove Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi scrissero nel 1941 quel “Manifesto” che avrebbe dato vita all’Unione europea : rimasto in uso fino al 1965, il penitenziario è stato evacuato e mai ristrutturato (segnalazione di Arturo Bandini da Roma).

C’è il primo castello del Mediterraneo, a Casaluce (Caserta), edificato nel 1024 da Rainulfo Drengot e diventato poi convento dei frati Celestini, “abbandonato all´incuria del tempo” (segnalazione di Michele Fedele). In Molise, provincia di Campobasso, c’è l’antica città romana di Saepinum che risale al II-III secolo a.C. e versa “in stato di disinteresse e di abbandono”, minacciata per di più dall´installazione di un imponente parco eolico nelle vicinanze (segnalazione di Francesco Palladino: “Stanno per distruggere uno dei siti archeologici più suggestivi della regione”).

C’è anche l’edificio razionalista della Manifattura Tessile di Moncalieri, a Torino, costruito nel 1951 dagli architetti Mario Passanti e Paolo Perona, “in totale abbandono da anni” (segnalazione di Andrea Mariotti). E ci sono, insieme a questi, altre centinaia di monumenti, palazzi, castelli, chiese, piazze, fontane in rovina o in pericolo che, da un giorno all’altro, possono fare la stessa fine ingloriosa della Domus dei Gladiatori di Pompei: come le mura rinascimentali di Padova, lunghe 11 chilometri, ricoperte di erbacce e di costruzioni (Fabio Bordignon); il castello di Cusago, alle porte di Milano, fatto costruire da Bernabò Visconti tra il 1360 e il 1369 per sfuggire alle epidemie, assediato dall’incuria (Gianni Politi); l’Acquedotto alessandrino di Roma, trasformato in parcheggio per auto (Ivan) o l’antico porto di Traiano, a Fiumicino, già crollato più volte e ora aperto al pubblico soltanto due giorni al mese (Gaetano Palumbo); la Cittadella di Ancona, uno degli esempi di fortezza bastionata più pregevoli dell’Italia centro-meridionale, “destinata al completo degrado” (Fabio Barigelletti); la Domus romana di piazza Matteotti a Pesaro, “condannata alla sepoltura” (Roberto Malini) .

È un Atlante del Malpaese, per molti aspetti inedito e inquietante, quello che centinaia di lettori di Repubblica e cittadini della Repubblica  –  armati semplicemente di macchina fotografica o anche solo di telefonino  –  hanno compilato in questi giorni, rispondendo all’appello del giornale per cercare di salvare i monumenti a rischio. Il nostro sito è stato bombardato di foto e segnalazioni da tutt’Italia, per effetto di una mobilitazione popolare che supera le aspettative e dimostra una sensibilità assai diffusa per la tutela del nostro patrimonio storico, artistico e culturale.

Da un capo all’altro della Penisola, se ne ricava un impressionante inventario di opere preziose costruite dall’uomo nel corso dei secoli e poi dimenticate, dismesse, vilipese. Un catasto del degrado monumentale, da Nord a Sud, regione per regione. Una sorta di grande “Museo degli orrori” che fa rabbia e vergogna a tutti noi: tanto più che il turismo è tuttora la nostra principale industria nazionale e questo si fonda, oltre che sulle bellezze naturali, sull’attrattiva di un “giacimento” unico al mondo.
Sono immagini sconcertanti e avvilenti. Un insulto alla storia, all’arte e alla cultura. E quindi, anche all’identità nazionale, al nostro codice genetico, all’anima stessa dell’Italia.

E sono proprio queste, insieme e oltre la Domus dei Gladiatori, le vere colpe del ministro Biondi e di tutti coloro che l’hanno preceduto. Lo stato generale di abbandono e di degrado in cui versa gran parte del nostro patrimonio storico e artistico è di per sé un atto d’accusa contro i responsabili politici e amministrativi che avrebbero dovuto provvedere alla sua conservazione, alla sua tutela e magari alla sua valorizzazione. Siamo di fronte, invece, a una dissipazione di beni e risorse che abbiamo ricevuto in eredità dalle generazioni precedenti e che, di questo passo, non riusciremo a riconsegnare intatti a quelle future.
Eppure, questo è il nostro “oro nero”. Queste sono le “materie prime” di cui lamentiamo a piè sospinto la mancanza. In un Paese dove bisogna arrivare al limite dell’insurrezione popolare per impedire le trivellazioni petrolifere in Val di Noto, scrigno inestimabile del barocco siciliano, lasciamo andare in rovina monumenti e opere d’arte che potrebbero essere fonte di lavoro e di ricchezza.
Spesso, come ha ammesso lo stesso Bondi nel caso della Domus, non è neppure questione di fondi: Pompei è la prima méta turistica italiana e in pratica si autofinanzia con il ricavato dei biglietti. Si tratta piuttosto di incuria, di inefficienza, di incompetenza. Nel cortocircuito burocratico tra ministero, Regioni, Province, Comuni e Sovrintendenze, il potere si esercita più che altro attraverso il veto e così si disperdono anche le responsabilità. Alla fine, non si capisce neppure più di chi sia la colpa.

Nonostante l’impegno e la militanza delle associazioni ambientaliste, tra cui in prima linea il Fondo per l’ambiente italiano, Legambiente e Italia Nostra, a volte tende a prevalere un atteggiamento d’impotenza o di rassegnazione. Ma i soldi non sono tutto. E lo dimostrano i miracolosi salvataggi di tanti beni artistici a opera del Fai che dal 2003 promuove in collaborazione con Banca Intesa San Paolo un censimento nazionale intitolato “I luoghi del cuore” o la campagna “Salvalarte” che Legambiente porta avanti con encomiabile costanza da oltre dieci anni a questa parte: dal 1996 l’associazione presieduta da Vittorio Cogliati Dezza ha segnalato al Ministero dei beni culturali 980 opere da salvare tra monumenti, chiese, siti archeologici, ma anche sculture e affreschi. E sono più di una ventina quelle che, su intervento di Legambiente, sono state già recuperate e restaurate per essere restituite alla collettività.

Anche in questo campo, evidentemente, è necessario coniugare i nobili ideali con il pragmatismo. E dove lo Stato o gli enti pubblici non sono in grado di intervenire, per mancanza di fondi o per esigenze di tagli, si deve ricorrere al volontariato, all’iniziativa privata, a forme di partnership o di sponsorizzazione con imprese italiane e straniere che magari possano anche “adottare” un monumento o un palazzo. Meglio affiggere una targa con il marchio o il logo di un’impresa piuttosto che un cartello con la scritta “chiuso a tempo indeterminato”.

Fonte: La Repubblica

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Dissesto idrogeologico: di chi è la colpa?

Cala Rossano a Ventotene, dove sono morte Sara Panuccio e Francesca Colonnello

Periodicamente in Italia si parla di dissesto idro-geologico, di paesaggio compromesso dalle speculazioni edilizie e dall’incuria. Naturalmente – come sempre accade in questo strano paese – se ne parla per qualche giorno, a ridosso delle varie calamità e poi torna a calare il silenzio sul paesaggio e sui beni archeologici e culturali, tutto fino al prossimo disastro annunciato, fino alle macerie che faranno il giro del mondo esponendoci ver-gogna internazionale.

La storia del paesaggio italico è storia antica e affonda le sue radici nell’uso del territorio che gli uomini ne hanno fatto da almeno un paio di millenni, con un’accelerazione impressionante nell’ultimo mezzo secolo.

Il paesaggio italiano è stato in grandissima parte modificato nel corso degli anni dall’essere umano e questo gli ha dato da un lato uno straordinario fascino ma dall’altro ne ha precarizzato la stabilità.

Quello che è avvenuto nel secondo dopoguerra merita una seria riflessione. Abbiamo assistito –  dopo un periodo come quello fascista in cui si è favorito il disboscamento per sfruttare anche le terre di alta collina in nome di un’autosufficienza cerealicola – a due fenomeni decisamente notevoli. Il primo: l’esodo della popolazione, negli Cinquanta e Sessanta dello scorso secolo, dalle cosiddette terre marginali, quelle che non garantivano un reddito in grado di permettere una vita dignitosa, terre di media montagna, di alta collina, terre fortemente scoscese e bassamente produttive.

Il secondo: la meccanizzazione dell’agricoltura negli anni Settanta.

Il primo fenomeno comportato non solo l’abbandono di terre ma anche la fine della manutenzione ordinaria delle acque e delle terre. Questo abbandono ha permesso alle acque di tornare a seguire le linee naturali di pendenza ed ha provocato la perdita di stabilità dei terreni e numerosissimi fenomeni franosi che hanno avuto conseguenze devastanti sui corsi dei fiumi maggiori che si sono trovati a dover trasportare, insieme alle acque, ingenti quantitativi di terra confluenti dall’intero bacino imbrifero destinati a depositarsi sui letti fluviali innalzandoli e rendendo molto più frequenti le esondazioni, anche in zone lontanissime da dove è il problema si è originato.

Il secondo fenomeno, la meccanizzazione delle campagne, specialmente nelle zone collinari, ha richiesto uno sforzo notevolissimo di uomini e mezzi per adattare terreni scoscesi ai mezzi agricoli provocando la scomparsa di avvallamenti collinari secolari, colmati con terra di riporto. Tutto questo è avvenuto senza regolamentazione di sorta ed ha comportato anche l’abbattimento di migliaia di alberi che garantivano da tempi immemorabili la tenuta di molti terreni. Questo equilibrio artatamente creato per mantenersi ha bisogno di convogliare le acque in modo armonico con le pendenze per evitare i catastrofici ruscellamenti verticali, capaci di trascinare a valle quantità indescrivibili di terra. Ma in questi ultimi anni si sta verificando un ennesimo esodo dall’agricoltura. Per motivi legati spesso ad una politica agraria italiana raccapricciante e all’apertura del mercato globale migliaia di agricoltori sono costretti a dismettere le loro attività in quanto non più in grado di garantire la sopravvivenza. Questo ulteriore abbandono delle terre – spesso sono le stesse che sono state livellate negli anni Settanta del Novecento – è causa di un’ulteriore incuria del territorio. Lavori per guidare le acque, mantenere i torrenti puliti, evitare l’impaludamento di aree, rendere innocui i piccoli movimenti franosi hanno dei costi decisamente alti che, quando si coltivava la terra ricavandone un reddito, venivano svolti dagli agricoltori, ora che non è più possibile ricavare alcun reddito non vengono più effettuati, nemmeno saltuariamente.

Diceva un proverbio – che poi è anche il titolo di uno straordinario saggio di Carlo Poni (Il Mulino, 1982, rieditato nel 2004 dalla stessa casa editrice) – che Fossi e cavedagne benedicon le campagne. Nel mondo mezzadrile l’incuria dei fossi poteva essere motivo di disdetta, equivaleva cioè ad essere cacciati dal podere e ritrovarsi con la famiglia nella più assoluta miseria.

In questi anni, anche dopo la legge Galasso (legge 431/85) – la prima che dal 1939 ha cercato di mettere ordine al caos edilizio italiano e porre dei limiti alla distruzione del patrimonio paesaggistico – si è continuato a costruire in barba alla legge a ridosso di fiumi, mari, laghi e sulle pendici dei vulcani. Quanto di questi abusi sono stati puniti? Quanti edifici sono stati condonati? Quanti autorizzati in deroga alla legge 431/85?

Contestualmente si sta cercando di razionalizzare al massimo i lavori agricoli tralasciando tutto ciò che non garantisce un riscontro economico immediato. Quindi, accanto ad un’attività agricola intensiva ed estensiva e una speculazione edilizia scandalosa e dissennata, assistiamo ad una scarsissima cura dei fossi di scolo, degli argini, dei torrenti, dei fiumi e dei laghi confidando nella buona stella e nel tempo clemente. Quando poi il tempo non è clemente bastano poche ore di pioggia per creare disastri che finiscono per colpire migliaia di persone e di attività, mettendo letteralmente in ginocchio intere regioni. Il caso del Veneto è solo l’ultimo in ordine di tempo.

Quello che è inqualificabile è che politici locali e nazionali, che ormai governano da decenni, giochino a scaricare le colpe su altri. Governare un territorio vuol dire soprattutto metterlo in sicurezza, intervenire sui problemi prima che questi diventino piaghe sociali ed economiche. Vanno aiutate le popolazioni del Veneto con tutti i mezzi a disposizione del paese ma nello stesso tempo vanno cercati in loco gli eventuali responsabili di quanto avvenuto, negli amministratori e nei politici che reggono i comuni, le province e la regione.

Non possiamo continuare a scaricare le colpe su altri, servono assunzioni di responsabilità, serve un impegno concreto per mettere in sicurezza il territorio e serve individuare ruoli e competenze.

Bisogna uscire da questa schizofrenia, le emergenze del paese, lo sanno bene in Veneto, in Abruzzo, a Pompei, a Ventotene e in ogni luogo del paese in cui si manifesta nella sua drammaticità il dissesto del territorio, non sono i ponti futuristici, né il ritorno al nucleare, né tantomeno una sterile contrapposizione tra nord e sud, ma la salvaguardia del patrimonio paesaggistico, territoriale e abitativo del paese.

È inaccettabile che anche in condizioni di emergenza si prometta l’aiuto ad una regione anteponendola ad un’altra. La logica della sofferenza dovrebbe travalicare i biechi interessi di bottega e uscite come quelle del governatore Zaia sui rovinassi di Pompei dimostrano quanto la polemica politica sia deleteria in un paese in stato di abbandono.

Fonte: L’Umana Compagnia

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Eugenio Colorni: a cent’anni dalla nascita di un antifascista. Oltre Machiavelli per un federalismo europeo

Eugenio Colorni

Il Comitato Nazionale per le celebrazioni del centenario della nascita di Eugenio Colorni, in collaborazione con l’Università degli Studi dell’Insubria, ha organizzato lo scorso 22 ottobre a Varese il convegno Eugenio Colorni federalista. “Un’occasione per riflettere sulla specificità dell’accezione colorniana di federalismo europeo: il progetto federalista nella visione dell’intellettuale milanese doveva avere un respiro universalista. In tale ottica, la nascita di una federazione degli Stati europei veniva considerata come condizione indispensabile per un profondo rinnovamento sociale che, partendo anche dagli enti territoriali, avrebbe coinvolto l’Italia e quindi l’Europa”. (Da Critica sociale, edizione on line, novembre 2010) Eugenio Colorni (1909-1944) morì in seguito a un agguato fascista a Roma, a trentacinque anni, poche settimane prima della liberazione della città. Era stato fra i fondatori, a Milano, del Movimento Federalista Europeo. Confinato fra il 1939 e il 1941, in seguito alle leggi razziali, nell’isola di Ventotene, pose con Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi le basi di un pensiero politico che sorprendentemente, colpevolmente ancora la maggior parte dei filosofi italiani, anche quelli che al pensiero politico si interessano, hanno ignorato, o non sufficientemente valorizzato nella sua profondità e ampiezza. È in definitiva, a livello forse mondiale, il primo vero tentativo di pensare la politica possibile nell’era democratica OLTRE l’orizzonte di Machiavelli. E forse la ragione della nostra impotenza, qui ed ora, sta nel non aver alzato la fronte a guardare l’altezza e l’ampiezza di questo pensiero, che pure ha prodotto la Dichiarazione dei Diritti dell’essere umano e l’entità politica, ancora tanto fragile e incerta, che chiamiamo Europa.

Anche il nome di federalismo, oggi, in Italia, appropriato da alcune tribù barbariche che ignorano gli stessi fondamenti elementari di ogni civiltà giuridica, che addirittura confondono il suolo pubblico con i loro recinti tribali e cospargono dei loro simboli runici le superfici delle pubbliche scuole, si avvolge e grugnisce nel fango dell’ignoranza, della prepotenza, del razzismo e del più primitivo familismo, cioè appunto del tribalismo. Se anche fosse solo per questa ragione, sarebbe un dovere assoluto oggi fare conoscere l’altra anima del Federalismo – il Federalismo Europeo, che volge in pensiero rigoroso il mito dei Padri Pellegrini e della libera o elettiva costruzione di una federazione di Stati attraverso il metodo costituzionale.

Sarebbe bene allora diffondere anche al di là delle pur esistenti edizioni a stampa tutti i documenti di quella stagione della nostra cultura etica e politica, che si prolunga nel dopoguerra benché – anche questo è un fatto amaro su cui meditare – senza riuscire a incidere nella mentalità delle masse e dei loro partiti. Bisognerebbe far conoscere in questo quadro anche altri scritti: per esempio quelli su Federalismo di Gianfranco Draghi (che tengo a disposizione degli interessati, anche a una loro riedizione, magari on line) – caso particolarmente interessante per l’intreccio di pensiero, di cultura e di amicizia che li nutre. Usciranno presto da Adelphi le Lettere di Cristina Campo a Gianfranco Draghi, a testimoniare di una stagione italiana fervida di cui i giovani, oggi, ignorano purtroppo tutto.

Ma Eugenio Colorni fu, nonostante la morte in giovanissima età, anche veramente e compiutamente filosofo, indagatore di ogni potenzialità della nostra ragione – di quella teorica non meno che di quella pratica: ed è questa, anche, l’eredità del suo pensiero che dobbiamo far conoscere. Brillante liceale al Manzoni di Milano, studiò filosofia e fu allievo di Martinetti; con Geymonat e pochi altri approfondì gli aspetti principali del pensiero scientifico contemporaneo, fisico in particolare, e della sua epistemologia. Anche questa è una lezione, una lezione di umiltà e di orgoglio per tutti noi praticanti di filosofia. Perché non è un caso che il più limpido e alto pensiero pratico – morale e politico – nasca nella stessa fucina in cui si tempra il rigore e l’oggettività, la fatica e l’attenzione di chi fa della ricerca pura di conoscenza, disinteressata ed eternamente nutrita di dubbio e di critica, il fine quotidiano della propria vita.

Leggi l’articolo di Luigi Zanzi sulla figura di Roberto Colorni pubblicato su Critica Sociale.

Roberta De Monticelli

Fonte: Phenomenology Lab

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Due mesi fa la morte di Angelo Vassallo

Angelo Vassallo

Sono passati già due mesi dalla morte del sindaco di Pollica Angelo Vassallo, ucciso dalla camorra perché persona onesta.

Vassallo, insieme ai suoi concittadini, è riuscito a trasformare il suo territorio in un luogo magico, dove l’attività dell’uomo e la bellezza della natura sono riusciti a trovare un punto di equilibrio raro e specialissimo.

Nella speranza che anche Ventotene e tutte le Polliche d’Italia possano un giorno diventare come la terra di Vassallo, è nostra intenzione ricordarlo attraverso un articolo uscito oggi su L’Unità a nome di Massimo Solani:

Forse non avrei dovuto fare il pescatore, pensò. Ma è per questo che sono nato». Come Santiago de Il vecchio e il mare di Hemingway, anche Angelo Vassallo era nato per fare il pescatore. L’hanno ammazzato due mesi fa perché aveva deciso di essere anche sindaco, fino in fondo senza voltarsi mai dall’altra parte quando ce n’era il bisogno e portando nel cuore l’amore per il suo mare e la sua terra. La stessa, dicono ad Acciaroli, che aveva incantato anche Ernest Hemingway nei suoi soggiorni in Cilento negli anni cinquanta. Forse è solo una leggenda, ma Angelo Vassallo voleva crederci. Per questo aveva organizzato un fine settimana di eventi per ricordare il passaggio ad Acciaroli dello scrittore. Non ha fatto in tempo, però, perché la sera del 5 settembre gli hanno sparato mentre rientrava in casa. E adesso quei cartelli bianchi con le citazioni de Il vecchio e il mare sono rimasti appesi lì sugli ulivi del lungomare, ingialliti dal tempo e sospesi.

Due mesi sono un sospiro, volano via in un battito di ciglia. Ma possono essere un’eternità per chi si appoggia zoppicando ai punti interrogativi che non conoscono ancora risposte. Stefano Pisani era il vicesindaco di Pollica-Acciaroli. Lo sarebbe ancora, ma da due mesi è lui a guidare il Comune. «Non sappiamo niente – dice stringendosi nelle spalle – oggi come allora. Ci restano soltanto i dubbi, le domande e il dolore». E una certezza. «La forza di Angelo era quella di non avere interessi personali nel fare il suo lavoro di sindaco. E non poteva sopportare che gli interessi personali di qualcuno fossero anteposti al bene della sua comunità. Non avrebbe mai potuto accettarlo». Siano stati gli interessi degli spacciatori che miravano alla conquista di Acciaroli, raccontano che il sindaco pescatore ne abbia affrontato più d’uno cacciandolo dai locali del lungomare, o quelli della criminalità organizzata è difficile dirlo. Più facile immaginare che l’ultimo no, l’ennesimo, gli sia costato la vita. Così Acciaroli ha pianto il sindaco amato, l’ha sepolto e ora si è chiusa in sé stessa a ricordare chi l’amico, chi il parente, il fratello il marito o il padre. Il dolore privato che resta dopo le esequie pubbliche e diventa l’unica ancora di normalità di una comunità violentata dall’omicidio e frastornata da funerali, telegiornali e personalità accorse in fila dietro al feretro.

Lo fa anche Angelina Vassallo, la vedova che da quel 5 settembre ha preferito evitare telecamere e microfoni. «La vita continua, male ma continua», dice accarezzando Nuvola, l’ultima arrivata di una comunità di cani e gatti non più randagi che inaugurò Fortunella, la cagnetta che seguiva Angelo fin dentro l’aula del consiglio comunale e che adesso insegue abbaiando in paese le macchine come quelle del suo padrone. Dalla finestra del salotto le onde si distendono placide sul porto di Acciaroli. È piovuto a lungo, il cielo s’è squarciato e il mare sembra caduto dall’alto adesso che i raggi del sole scacciano il grigio e riaccendono i colori. Dalle cornici Angelo sorride ancora, sotto le Piramidi con Angelina o fiero con la fascia tricolore addosso. «Non l’hanno ucciso perché era Angelo Vassallo», dice Angelina. «È morto perché faceva il sindaco e faceva il suo dovere fino in fondo». Pausa. «Per questo il sindaco lo devono ricordare tutti – continua – ma Angelo Vassallo me lo tengo io stretto». Quell’uomo di cui si innamorò quando aveva sedici anni incontrandolo in bicicletta per le strade di Acciaroli. Lo studente di Giurisprudenza che dopo sette esami mollò tutto per mettersi a fare il pescatore, come il padre e assieme ai fratelli, e che con i soldi che la mamma aveva messo insieme vendendo una capra era andato fino in Sicilia per comprare il primo peschereccio. «Negli ultimi giorni era tranquillo – si fa forza Angelina – non aveva pensieri, non era spaventato. Mi avrebbe detto qualcosa…». Annuisce anche Massimo, il fratello minore dei cinque Vassallo. «Durante l’estate abbiamo passato giornate intere a pescare in mare, io e lui da soli. Non una parola, non un accenno a qualcosa che lo turbasse. Non mi avrebbe mai taciuto una simile preoccupazione». Angelo il marito, Angelo il fratello e il padre. Intanto il sindaco continuava il suo lavoro con la testardaggine e il senso del dovere che aveva imparato nelle notti in mezzo al mare e aveva portato fino all’ultimo piano del Municipio di Pollica. «Ma lui più che in Comune il sindaco lo faceva per strada – racconta Angelina – in mezzo alla gente. Per questo gli volevano tutti bene». Come quando con i soldi pubblici fece rimettere a posto il bagno della casa di un anziano disabile che non riusciva più a entrarci. O come quando andava a litigare in Regione o in Soprintendenza prendendo di petto busillis burocratici e assurdità da ufficio. «Qualche tempo fa avevano bloccato i lavori per l’allargamento di una strada a Pioppi, una questione di pochi centimetri di qua o di la – ricorda sorridendo Stefano Pisani – In Soprintendenza fece il pazzo iniziando a gridare fin dalla tromba delle scale. Da inesperto non condividevo il suo modo di agire, glielo dissi e lui mi rispose che in quelle occasioni lui non era più Angelo Vassallo, ma il rappresentante di una comunità e dei suoi bisogni».

«Quando venne eletto per la prima volta fece il giro di tutti i familiari. Disse chiaro e tondo, senza giri di parole: d’ora in poi, guai se qualcuno di voi tira su anche un muretto senza permesso. E non sognatevi nemmeno di venire a chiedere un posto in Comune». Giuseppe è il maggiore dei fratelli Vassallo. Ha passato una vita in mare, poi ha deciso di scendere dalla barca e arrampicarsi in collina a coltivare la viti e gli ulivi. Nelle mani, però, ha ancora la destrezza del pescatore e allora capita spesso che qualcuno gli porti ancora le reti da rammendare con quell’ago da pesca che il marinaio diventato agricoltore usa ancora con l’abilità di una sartina. «Chi ha ucciso Angelo – dice – ha umiliato un paese intero e distrutto cinque famiglie. L’hanno seguito per chissà quanto tempo, e una cosa così non la fa un singolo, un pazzo arrabbiato per chissà quale motivo. Sotto c’è altro, di molto più grosso». Lo dice e intanto guarda fuori verso il mare che è solo un’intuizione in mezzo agli ulivi. «Il vecchio intendeva dirigersi al largo – scriveva Hemingway – e si lasciò l’odore della terra alle spalle e remò nel fresco odor dell’oceano del primo mattino». Angelo Vassallo, forse, se avesse potuto scegliere se ne sarebbe andato così.

Massimo Solani © L’Unità

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