Toccante ricordo dell’assurda tragedia di Cala Rossano

grotta_Cala_Rossano_1-2Una delle sensazioni che ricordo con maggiore nitidezza è il senso di impotenza, l’incapacità di mettere in pratica una reazione razionale e utile in mezzo a quell’inferno fatto di tufo e sabbia. Gente che si muoveva disperata sulla collinetta creata dalla frana, spostando sassi, scavando con le mani, piangendo e bestemmiando. Quando vidi Sara fu come se fossi stato colpito da una scarica elettrica, e per un attimo tutto rallentò. Era chiaro che ci fosse qualcosa che non andava, la rotazione innaturale del busto rispetto al bacino e alle gambe e i suoi occhi che cercavano aiuto, sempre più deboli, sempre più lontani. Pochi minuti dopo qualcuno completò la conta dei ragazzi e la disperazione si moltiplicò quando si resero conto che Sara doveva essere ancora lì sotto.

In quegli anni lavoravo come istruttore al Circolo Velico Ventotene, che per me e molti altri è sempre stata come una seconda famiglia, un gruppo di amici che si è formato sull’isola di Ventotene tra i meravigliosi burroni di Punta dell’Arco e la spiaggia di Cala Rossano.
C’è ancora poco lavoro per noi al Circolo in quel periodo dell’anno; più che altro stavamo eseguendo lavori di manutenzione ordinaria e straordinaria alle attrezzature e alle barche, mentre diverse scuole in gita affollano la piccola isola (1,5 km di massima lunghezza).
La base nautica del Circolo si trova a Cala Rossano, una baia a nordest dell’isola che ospita il porto nuovo. La spiaggia è lunga circa duecento metri e si affaccia a est, riparata sotto una parete di rocce e tufo sopra la quale corre la strada che dal paese attraversa la Cala in direzione nordest e arriva fino al benzinaio, una cinquantina di metri dopo la grotta che costituiva la base operativa del Circolo Velico.
Fuori l’ingresso della grotta un balconcino di legno si affaccia sulla spiaggia sottostante, guardando in direzione sud. A metà del muraglione c’è la scala per scendere in spiaggia.

Quella mattina eravamo giù nella parte nord della spiaggia dove il Circolo teneva le proprie imbarcazioni ed i gommoni per l’assistenza. Non ricordo quali lavori specifici stessimo svolgendo, ma come detto per noi la stagione praticamente non era ancora iniziata ed i ritmi di lavoro erano molto blandi. Quello che però ricordo, era l’affollamento della spiaggia nonostante non fossero neanche le 11. La spiaggia ospita anche le barche della Lega Navale, poste di fianco a quelle del Circolo, e quel giorno c’erano anche alcuni dei ragazzi della Lega con alcuni allievi. Intanto dalla strada scendono anche altri gruppi di studenti in gita, che prendono posto sulla spiaggia.
Dovevano essere le 11 quando finimmo i lavori sulle barche e risalimmo su per la scale. In quel momento stavano scendendo i ragazzi della scuola media Anna Magnani di Morena, vicino Roma. Noi salivamo, loro scendevano. Non dimenticherò mai quel momento, anche se ancora non potevo sapere il perché. Più tardi mi resi conto di essere passato proprio di fianco a due ragazzine di 14 anni che da lì a poco, non ci sarebbero state più.

La spiaggia come detto era già piena e gli ultimi a scendere dovettero prendere posto nella parte sud della spiaggia, vicino al grottone che si apre sotto il costone di roccia più alto. Di solito in quella zona non ci si mette mai nessuno, ma quel giorno non c’era altro posto. Solo il giorno prima, in uno dei nostri rari momenti di relax, c’eravamo noi che giocavamo a calcio in riva al mare, proprio dove quel maledetto 20 aprile si misero i ragazzi della Magnani.

In quel periodo al Circolo eravamo in quattro: il direttore del Circolo, Simone, e tre di noi istruttori. Quella mattina Simone e un altro istruttore erano saliti in paese per delle commissioni, mentre Mattia ed io rimanemmo in grotta.
Ero affacciato sul balcone e osservavo un centinaio di persone che giocavano e si rilassavano in spieggia. Tutto era così tranquillo, così sereno. Guardavo quel panorama che avevo già osservato centinaia di volte, senza sapere che quel giorno la Morte stava per farci visita.

Erano circa le 11.30 e stavo guardando proprio lì.
All’improvviso lo vidi: un blocco di tufo di qualche di diametro si staccò dalla parete proprio sopra agli alunni della Magnani e scese sopra di loro. Non dimenticherò mai quel rumore; non fu un boato come quando crolla un masso o qualcosa di consistente, ma piuttosto un forte sbuffo ma niente di più,  come un mucchio di sabbia che cade a terra. Per questo nei primi istanti non mi resi conto di cosa fosse successo, e le primissime grida mi sembrarono più che altro grida di sorpresa. Non colsi immediatamente la disperazione che stava piombando su quella spiaggia. Il crollo fu immediato e non ci furono alcune avvisaglie, di questo ne sono certo, perché la visuale dal punto di vista da cui osservavo era perfetta, ed in quel momento stavo guardando esattamente in quella direzione, dove stavano quei ragazzi.

Dopo qualche secondo però mi fu chiaro che quello non era un cumulo di sabbia. Chiamai Mattia che era in grotta. “Oh, è successo qualcosa…”. Uscì, guardò giù, probabilmente senza rendersi conto di cosa fosse realmente successo. Ci incamminammo verso la scala, e proprio nel mentre arrivarono anche Simone e Gianluca, un aiuto istruttore. Fermarono la macchina nello spiazzo tra le scale della spiaggia e quelle che salgono su al cimitero dell’isola.
“C’è stata una frana, scendiamo giù !”. Non ricordo se lo dissi io o fu Mattia, in ogni caso scendemmo giù sulla spiaggia e quello in cui ci ritrovammo fu un orrore che nessuno di noi aveva immaginato di dover vivere.

Il tufo era sparso per una decina di metri forse, arrivava fino al mare. Sulla spiaggia c’erano un centinaio di persone, la maggior parte ragazzini di 14 anni con i loro professori e gli accompagnatori. Il panico e la disperazione erano assordanti.
I ragazzi scappavano via dalla frana in tutte le direzioni, alcuni si gettarono in acqua, mentre i professori disperati cominciarono a contare i ragazzi.
Proprio sul margine della frana vidi Sara Panuccio. Accanto a lei c’era una persona, non ricordo chi fosse. Quello che ricordo fu che il suo corpo era come ruotato in maniera innaturale, e la parte inferiore delle gambe era bloccata sotto un paio di blocchi di tufo. Ricordo che non parlava, ricordo che i suoi occhi erano come increduli, imploravano aiuto; era come se quegli occhi stessero disperatamente cercando di trattenere la vita all’interno del corpo. Incrociare quello sguardo anche per una frazione di secondo mi fece sentire improvvisamente piccolo, inutile. Non so spiegarlo meglio, ma la sensazione di inutilità di fronte a quella situazione la riconosco bene ancora oggi che sono passati più di cinque anni.
L’uomo che era a fianco a lei chiese a Simone, il direttore del Circolo Velico Ventotene e mio amico da quasi vent’anni, di provare ad aiutarla. Ricordo Simone che si chinava su di lei, forse tenendole la mano, sussurrandole qualcosa all’orecchio. Stava cercando di trasmetterle la forza che in quel momento doveva trovare da qualche parte dentro di lui. Sara stava lottando per la sua vita. Lui le fece la respirazione, la incoraggiò, la guardò negli occhi, in quegli occhi.
“Aiutala Simò”, disse qualcuno.

I professori ultimarono la conta. Li sentii urlare: “ne manca uno !”. Urla di disperazione, “manca Francesca!”.
Scavammo su quel cumulo di tufo come disperati, non so in quanti eravamo. C’erano alcuni degli ormeggiatori arrivati dal molo, c’eravamo noi e i ragazzi della Lega Navale, e altre persone che non ricordo che scesero immediatamente giù dal paese sentendo le urla provenire dalla spieggia.
Mani scavavano disperate nel cumulo di tufo alla ricerca di quella ragazza, spostando sassi delle dimensioni più varie. In quel momento mi venne in mente che forse stavamo camminando sopra quella ragazza, ma non c’era altro da fare.
Non so quanto tempo passò, nel mio ricordo fu tutto così surreale che persi la cognizione del tempo. Ma ad un certo punto qualcuno spostò un sasso e la trovò. Un’esclamazione, poi due mani che coprivano il volto, la disperazione che parla al posto della bocca. Guardai di sfuggita dentro alla buca che avevano scavato, non ebbi il coraggio di soffermarmi su quella visione per più di un secondo. Ricordo solo che tutti si resero immediatamente conto che per Francesca Colonnello non c’era niente da fare. Restava solo Sara a lottare contro la Morte.

Ricordo un ragazzo. Faceva l’accompagnatore, era arrivato a Ventotene la prima volta solo un paio di giorni prima. Camminava avanti e indietro, le mani sulla testa, un pianto disperato e inconsolabile, un vulcano di fantasmi dentro la testa. Capii che era l’accompagnatore di quelle ragazze, che era lui che aveva probabilmente guidato il gruppo e li aveva fatti mettere in quel punto. Per come la vedo io, chiunque al suo posto avrebbe fatto la stessa cosa, non c’era altro posto sulla spiaggia e come ho detto prima anche noi che su quella spiaggia ci abbiamo lavorato per anni ogni tanto ci ritrovavamo a rilassarci proprio in quel punto, sotto quel blocco di tufo maledetto. Ma in quel momento lui non poteva razionalizzare proprio niente; in quel momento tutto era solo buio e terribile. Lo incontrammo qualche giorno dopo, prima che ripartisse per la terra ferma. Non c’era vita nel suo volto, solo il vuoto.

Non so quanto impiegò l’ambulanza ad arrivare, so solo che ci sembrò troppo. Quando i medici scesero giù constatarono la fine di Francesca, e provarono a salvare Sara.
Scesero le autorità, i carabinieri, il sindaco (che ai giornali disse di essere stato il primo ad arrivare…mi sarò confuso…….).
L’elisoccorso arrivò e Sara fu trasportata su in barella. L’impressione che avevamo tutti è che ci fosse poco da fare, e infatti la conferma della morte della ragazza arrivò poco dopo, infrangendo quel granello di speranza a cui tutti quanti eravamo aggrappati con le unghie e con i denti.
Vidi Simone piangere, dietro gli occhiali scuri. Posso solo immaginare quello che stesse provando in quel momento, un uomo forte e capace che sa sempre cosa fare e se la cava in tutte le situazioni. Gli ultimi istanti di coscienza di Francesca lui era stato lì accanto a lei, ne aveva assorbito il dolore, la speranza, e poi la fine. In quegli istanti credo che si stesse sentendo anche lui piccolo e inutile.

I Carabinieri transennarono la zona della frana (è transennata ancora oggi), arrivarono le autorità e si trasferirono tutti all’eliporto, in cima a Punta dell’Arco. C’era ancora l’allora governatore del Lazio, Renata Polverini, e altri funzionari statali in divisa. Arrivarono anche i genitori di Sara e Francesca. Inutile descrivere il loro stato d’animo.

I giorni che seguirono furono surreali, davvero. Ricordo Gianluca, l’aiuto istruttore, un ragazzo di sedici anni di quelli che amano stare sempre al centro dell’attenzione, uno di quelli che ha sempre una battuta pronta, a volte anche troppo. Uno che non si azzitta mai, in poche parole. Non fece una battuta per almeno una settimana, non un sorriso.
Credo che per tutti noi che eravamo presenti da quel momento la spiaggia di Cala Rossano non sia più la stessa, e la cicatrice che c’è sulla parete di tufo dalla quale si staccò quel blocco, è la stessa cicatrice che rimarrà per sempre nei nostri cuori e nella nostra memoria.

Quasi quattro anni dopo sono arrivate le condanne per i responsabili: 2 anni e quattro mesi per il sindaco, Giuseppe Assenso e per il responsabile del servizio tecnico del comune Pasquale Romano; un anno e quattro mesi per l’ex sindaco Vito Biondo e per il responsabile del genio civile di Latina Luciano Pizzuti.
Non entro nel merito perché non mi interessa; due ragazze di 14 anni sono morte per la superficialità endemica di questo Paese. Sono morte perchè in Italia i problemi si risolvono solo se causano delle tragedie, e posso dire che fino al giorno stesso di questo dramma c’erano le trivelle che percuotevano la strada proprio sopra al grottone e le vibrazioni si sentivano a centinaia di metri di distanza. Sassi piccoli o grandi piombano giù dalle pareti ripide della costa ventotenese da vari punti, ogni anno. Ed ogni volta bisogna solo sperare che non ci sia nessuno nella loro traiettoria mortale, nonostante molti barcaioli continuano a portare i turisti nei punti a rischio dell’isola, omettendo di informare i clienti sul rischio mortale che corrono solo per farsi un bagno.

I ragazzi di Dolomiti Rocce, che misero in sicurezza altri punti dell’isola giudicati pericolosi (compresa la parete che sovrasta la grotta del Circolo) ci hanno detto che quel genere di operazioni sono considerate di routine. Basta farsi un giro dalle loro parti per capire che nel ventunesimo secolo, in Italia, non è accettabile morire così.
Questo non è un articolo tecnico come ho detto, è solo un racconto di un testimone diretto di quella tragedia, e non voglio quindi entrare nel merito di queste considerazioni, anche perché ci ha già pensato il Tribunale ad attribuire le responsabilità; leggere le motivazioni della sentenzafa male perché mostra la solita mala gestione delle Istituzioni che rimane impunita fino a che qualcuno non ci rimette la vita. E spesso questo non basta neanche, visti i progetti dello stesso sindaco successivi alla tragedia.

In questo paese si dimentica subito tutto: le menzogne, i criminali, la Storia. Tutti noi però, Sara e Francesca non le dimenticheremo mai.

Fonte: BrigataBorghetti’s blog

Ci siamo qui permessi di modificare questa toccante e coraggiosa testimonianza invertendo i nomi di Sara e Francesca in quanto il papà di Sara ci ha comunicato che così è corretto.

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